mercoledì 30 maggio 2018

GOFFREDO "FRED" MARIANI: chi era costui? Intervista a Sebastian Mariani, nipote della voce originale di "Romagna mia"


Goffredo, detto “Fred”, Mariani, è stato il primo a cantare “Romagna mia” su disco, nel 1954, ma, nonostante la canzone sia considerata una delle più famose e conosciute ballate folk in lingua italiana di sempre, nulla si sa, se non il nome, di questa fantomatica prima voce; nell’articolo che segue, avrete modo di leggere un’interessante intervista a Sebastian Mariani, nipote di Goffredo, unico parente ancora in vita a portare il suo cognome. Questa è la prima volta in assoluto che qualcuno dedica un articolo allo sconosciuto Fred, perciò leggetelo con attenzione! L’intervista si è svolta sabato 26 maggio 2018, alle ore 21, a casa di Sebastian e Nadia, sua madre, che ringrazio immensamente per aver fatto da supporto al figlio, aiutandolo a ricordare.

Cosa provi nel sapere che tuo nonno è la voce originale di “Romagna mia”?
Mi sento fiero del fatto che mio nonno abbia prestato la sua voce, contribuendo in questo modo alla registrazione del brano: è una cosa che ti fa sentire orgoglioso! Diciamo poi che, il sentire la sua voce nella canzone, mi dà l’impressione di sapere qualcosa in più su di lui, mi fa sentire vicino a lui.

Hai qualche ricordo di tuo nonno, qualche interessante aneddoto da raccontare, l’hai mai conosciuto?
No, non l’ho mai conosciuto, mai visto di persona, solo in foto; dovrebbe essere morto nel 1986 o nel 1987 per un tumore, ed è sepolto a Meldola, nella tomba di famiglia. Vedi, la questione è delicata, ci sono stati tanti litigi di mezzo… è un discorso privato in famiglia, mio babbo non ne ha mai parlato molto, non ha mai voluto dire troppo. Quel poco che so riguardo a lui, è quello che mio babbo ha raccontato a mia mamma, o quello che hanno detto anche i miei zii.

Sono cose che si possono dire, o devono rimanere private?
Mah… era un gran giocatore d’azzardo, si è giocato tutti i soldi. Ha avuto in tutto tre figli: Mauro, mio padre, e, con un’altra donna, due figli, Maurizio e Andrea; in generale, posso dirti che non è mai stato un gran padre… Forse sarà anche stato un bravo cantante, ma come padre era decisamente poco presente: oggi non viene ricordato con grande affetto e i due figli rimasti (mio babbo è venuto a mancare anni fa), hanno il cognome della madre, Gina, non il suo. Diciamo che, con questo problema del gioco d’azzardo, si era indebitato un po’ troppo… Ricordo inoltre che aveva un fratello, era un prete, ed esercitava a Ricò, dopo Meldola.

So che tempo fa, per il cinquantesimo di “Romagna mia”, andasti a ritirare un riconoscimento dalla famiglia Casadei a tuo nonno: vuoi parlarmene dettagliatamente?
Beh, la famiglia Casadei ha deciso di darmi una targa. Tutto è partito da Arte Tamburini – morta nel dicembre 2017; nella registrazione originale di Romagna mia era la seconda voce [N.d.R.] –, la quale ha fatto una ricerca aiutata dal sindaco di Forlì, suo amico, e, probabilmente, tramite l’ufficio anagrafe hanno rintracciato l’unico figlio che portasse il cognome Mariani; a questo punto, hanno contattato me e mia madre, e noi abbiamo risposto che ormai mio padre se ne era andato per un tumore, però le abbiamo anche detto che Goffredo aveva altri due figli, e a quel punto lei ha risposto: “Va bene, se li volete invitare, fatelo pure”, ma poi, solo Andrea, il quale voleva ritirare la targa con me, ha accettato l’invito, anche se, durante la premiazione, non era presente sul palco, perché arrivò in ritardo. Quindi ero da solo lassù, con gli occhi di tutti puntati addosso; anch’io potevo scegliere se presentarmi o meno, ma ho deciso di accettare e la cosa mi ha fatto molto piacere. È stato nel 2004, avevo 13 anni. Non è stato male stare sopra a un palco, sotto i riflettori; forse è anche un po’ imbarazzante, ma non è male, è una cosa unica, mi sono sentito euforico… un po’ anche timido, a dirla tutta, perché sai, davanti a tante persone, ripreso dalle telecamere… C’era abbastanza gente e mi hanno pure messo in tv, sul canale 9, dopo una settimana: ricordo che all’epoca registrai l’intera trasmissione su VHS. La manifestazione, in tutto, è durata 2/3 ore, hanno chiamato tutti quelli che hanno lavorato con Secondo Casadei e hanno fatto anche molta musica.

Hai mai ascoltato la versione originale di “Romagna mia”, quella del ‘54? Se sì, cosa ne pensi dell’interpretazione di tuo nonno?
Certo, possiedo un cd in cui è presente, regalatomi l’anno scorso da Riccarda Casadei, la figlia di Secondo. Per me ha cantato bene, è stata una bella interpretazione passionale, in linea con i tempi, sincera e spontanea. Quando hanno fatto l’incisione, mio padre, all’epoca bambino, era presente, e disse che si tenne in una chiesa sconsacrata.

Qual è la versione di “Romagna mia” che preferisci? L’originale del nonno o le successive?
Allora, comincio dicendo che questo è un genere di musica che ascolto di rado, quindi forse non possiedo le giuste conoscenze per valutare le varie versioni; diciamo che, quando ascolto quella di mio nonno, mi viene più nostalgia, perché c’è di mezzo l’interpretazione di un mio parente stretto, quindi, emotivamente parlando, la prima è quella che mi trasmette di più, che preferisco. È cantata con molto trasporto.

Tuo nonno è stato il primo a cantare la canzone romagnola più famosa di sempre, l’inno nel mondo della nostra terra, ma, paradossalmente, è pressoché sconosciuto: hai intenzione di fare qualcosa per farlo conoscere di più, ricordare in futuro?
Lo vorrei molto, mi piacerebbe, ma non credo di poter fare troppo. Sapendo che sono così tanti ad ascoltare queste musiche, che si appassionano e vorrebbero studiare meglio il mondo della musica romagnola, avrei il desiderio di poter fornire qualche informazione aggiuntiva, ma purtroppo, più di ciò che ho detto, non so… Mi viene una gran rabbia se penso che tutti conoscono “Romagna mia”, tutti la cantano, ma nessuno sa che è stato mio nonno a interpretarla su disco per la prima volta; anzi, nessuno sa chi fosse mio nonno e l’importanza che ha avuto per la musica romagnola. Mi dà un senso d’insoddisfazione… Cavoli, una canzone così famosa, e non c’è in giro nessuna informazione, manco un cenno biografico, un po’ di background, sul suo primo interprete! Si conosce solo il nome e basta. Le incisioni con la sua voce, sono più di una, non ha cantato solo “Romagna mia” per Casadei; in più, all’epoca, mise anche su un complessino, di cui però non so il nome… non so nemmeno se abbiano mai registrato qualcosa, tutto ormai è andato perduto… Un vero peccato! Poi, bisogna anche dire che è stato un caso, o il destino, che fosse proprio mio nonno a cantare “Romagna mia”, perché venne chiamato all’ultimo per sostituire il cantante dell’orchestra, che si era ammalato.

Bene, Sebastian, direi che è tutto: ti ringrazio immensamente per il tempo concessomi!
E io ringrazio molto te, per essere interessato a parlare pubblicamente su internet, per la prima volta, di mio nonno; spero proprio che articoli come il tuo, riaccendano l’interesse nei confronti della cosa.


Sebastian Mariani con alcune foto di nonno Goffredo

Goffredo "Fred" Mariani

domenica 27 maggio 2018

SECONDO CASADEI: uno dei massimi compositori di musica da ballo del ‘900


INTRODUZIONE
Qui lo dico e lo ribadisco, quindi statemi bene a sentire: Secondo Casadei è uno dei massimi compositori di musica da ballo del ‘900; se non fosse stato troppo identificato con la musica romagnola, genere al quale ha permesso di raggiungere la sua più alta espressione, oggi, secondo il parer comune (secondo il sottoscritto è già così), siederebbe al fianco degli Strauss nell’olimpo dei grandi autori di musica da ballo d’ogni tempo… ma se non fosse stato troppo identificato con la musica romagnola, non sarebbe più Secondo Casadei – Scaund, per noi compaesani –, e quindi, in fondo, va benissimo così, anche perché è quello che lui ha sempre voluto e, ovunque sia, sicuramente sarà molto contento. Secondo Casadei, attraverso le note, ha raccontato la sua Romagna in oltre quarant’anni di onorata carriera, scrivendo melodie ricche di passione, amore, tormento, gioia e sofferenza, sempre con grande sensibilità artistica e sincero trasporto; le sue non sono semplici composizioni musicali, ma veri e propri poemi in musica che, utilizzando le note al posto delle parole (ma anche quest’ultime, nel caso delle canzoni), descrivono perfettamente la sua terra tanto adorata, catturandone immagini e sapori come nessuno prima di lui era riuscito a fare e come nessuno, dopo di lui, sarebbe mai più riuscito a fare. Un’opera d’arte come il valzer (assieme al tango, tipo di ballo a cui appartengono i suoi massimi capolavori) “Dolore”, dedicato alla morte del padre, non è solo la perfetta fotografia di un’epoca (la Romagna ai tempi di guerra), ma la confessione di un uomo tormentato e incerto sul futuro, un pianto straziante per una terra che sanguina, mentre bellissimi valzer come “Non c’è pace tra gli ulivi” o “Rumagna a premavera”, sono le migliori e più vivide istantanee che si possa scattare al paesaggio romagnolo.

BIOGRAFIA
Nato Aurelio nel 1906, a Sant’Angelo, una piccola frazione del paesino di Gatteo, fu il secondo (da qui l’altro nome) figlio dei coniugi Casadei (il primo aveva trovato, appena nato, l’eterno riposo tra le scheletriche braccia di Signora Morte); in seguito, i genitori gli diedero un fratello e una sorella. Fin da piccolo si appassionò alla musica romagnola, scappando di casa per assistere ai concerti serali delle orchestre che suonavano nei fienili e nelle aie circostanti, rimanendo soprattutto folgorato dalla storica Orchestra Zaclèn (all’epoca, la migliore in assoluto), diretta dal leggendario Maestro Carlo Brighi, il padre della musica romagnola moderna e inventore delle moderne Balere (aprì la prima a Bellaria, nel 1910), al quale poi sarebbe succeduto il figlio Emilio nel 1915, anno della sua morte. Qualche anno dopo, con immenso dispiacere del padre, che lo voleva sarto come lui, riuscì a convincere la famiglia ad assecondare le sue passioni musicali: all’età di tredici anni, gli venne quindi regalato un violino e cominciò a prendere lezioni di musica (con immensa perplessità dell'insegnante, che lo riteneva troppo grande per imparare il violino; poi, notandone le capacità, si ricredette). Le prime esperienze musicali in pubblico, lo vedono esibirsi, accompagnato dal banjo a 6 corde del fratello Dino, per le strade del paese e, su invito, alle feste organizzate dai contadini del circondario. Notato da Emilio Brighi, esordì giovanissimo come secondo violino nella sua orchestra, ottenendo grandi consensi da parte del pubblico, grazie soprattutto al carattere gioioso, alla grande carica giovanile e alla sua virtuosistica versione della “Mazurka di Migliavacca”. Gli anni giovanili, sono pieni di avventure e hanno consegnato alla storia della Romagna tanti aneddoti, ancora oggi raccontati dai vecchi, il più famoso dei quali è sicuramente il pestaggio che subì da parte dei fascisti, per colpa del fratello, noto oppositore. Nel 1927, dopo aver già composto la sua opera prima, ovvero “Cucù” (il motivo gli fu ispirato dal verso di un cuculo appollaiato su un albero, udito una notte, mentre rincasava da un concerto, in biciletta; il brano piacque molto al Maestro Emilio, il quale lo inserì in repertorio) decise che era venuto il momento di mettersi in proprio, e creò una prima versione della storica Orchestra Casadei, la più longeva e importante orchestra di musica romagnola di tutti i tempi, che avrebbe poi trovato una forma definitiva l’anno seguente; la grande intuizione fu quella di inserire la batteria (all’epoca, in Romagna, chiamata “E Jazz”) e il sax – in alcuni brani, inserì anche il banjo a 6 corde e la steel guitar, la tipica chitarra hawaiana inventata da Joseph Kekuku (quest’ultima si può sentire nella prima versione di “Tramonto”, in cui è anche strumento solista) –, così come Brighi, a suo tempo, aveva inserito il clarinetto in do (e aveva avuto l’intuizione di accelerarne i tempi e dargli parti solistiche) e sostituito il terzo violino con la chitarra. Secondo Casadei è sempre stato un grande ascoltatore, attentissimo a tutte le nuove sonorità che gli nascevano attorno (ogni tanto, si recava al mare per assistere alle esibizioni in spiaggia dei complessi di musica pop del periodo, i quali lo istruivano sulle nuove scoperte in campo musicale), e questo traspare palesemente dalle incisioni del primo periodo, decisamente molto sperimentale, in cui il nostro componeva sotto l’influenza del jazz americano, della musica spagnola, hawaiana, pop, ecc… Il primo importante concerto con l’Orchestra Casadei, si tenne nell’appena nata località marittima di Gatteo a Mare, nel 1928; il grande successo ottenuto, gli permise, in breve tempo, di entrare in sala d’incisione a registrare la sua musica: uscirono così i primi dischi, i quali contenevano brani come il valzer "Cucù", "Fitinj" (rispettivamente, lato A e B del primo disco) o "Nuvolari" (una delle primissime canzoni, scritta in un pomeriggio passato all’autodromo, sulla carta unta che avvolgeva un panino, assieme a Primo Lucchi, il suo sassofonista, e dedicata al grande pilota Tazio Nuvolari). La formazione iniziò a farsi un nome (durante una sfida tra orchestre, riuscì addirittura a prevalere sull’inattaccabile Orchestra Zaclèn) e importanti ingaggi cominciarono ad arrivare: perfino la sera del suo matrimonio con l’amata Maria, abbandonò il banchetto nuziale per precipitarsi in un locale! Nel 1932, con Burdèla Avéra”, decise di mettere in musica il suo dialetto: nacque così la canzone romagnola. La sua ascesa ebbe un primo, momentaneo, arresto, quando un camion uscito fuori strada, lo investì poco prima di un concerto, nei pressi del locale in cui avrebbe dovuto suonare, mentre il secondo (ed ultimo, fino alla fine dei suoi giorni), fu causato dalla seconda guerra mondiale, periodo nel quale il Duce (che tra l’altro una sera di qualche anno prima aveva addirittura ballato durante un suo concerto, facendogli i complimenti) aveva proibito le esibizioni musicali; in questi durissimi anni di sconforto (in cui perse anche i genitori), fu costretto a cambiare mestiere, ma continuò a comporre musica, scrivendo alcuni dei suoi massimi capolavori. Finita la guerra, ricominciò a suonare, ma gli americani avevano importato in Italia la moda del boogie, e i nuovi giovani fischiavano i suoi valzer: imperterrito, Secondo non si diede per vinto e, grazie a nuove e frizzanti composizioni (come le polke della serie “Atomica”) riuscì ad imporsi nuovamente sulla folla americanizzata; da questo episodio, nacque il famoso titolo di “Uomo che sconfisse il boogie”. La seconda metà degli anni ‘50, trascorse all’insegna del successone di “Romagna Mia” (1954, cantata da Fred Mariani e Arte Tamburini, quest’ultima la prima donna cantante fissa in un’orchestra romagnola; il brano fu composto intorno al 1952 con il titolo di “Casetta mia” e dedicato alla villetta di Gatteo a Mare, in cui fu anche scritto; il cambiamento del nome e, di conseguenza, del ritornello, fu un’idea del produttore, avuta in sala d’incisione – una chiesa sconsacrata –, il quale, rivolgendosi al Maestro, gli disse: “Casadei, ma lei che è romagnolo, perché non mette Romagna al posto di Casetta?”), grazie a Radio Capodistria, che la passava continuamente. Durante gli anni ‘60, la fama di Casadei e della sua orchestra, raggiunse l’apice, con apparizioni televisive e frequentissime esibizioni in giro per l’Italia e anche all’estero. Nel 1971, a Forlimpopoli, il grande Maestro si spense: la Romagna perdeva il suo più grande cantore. Ammalato da tempo, Secondo rifiutò le cure e le sedute di dialisi per dedicarsi alla sua amata musica e alla sua gente, il popolo della Romagna. Riposa al cimitero di Savignano sul Rubicone.

CARRIERA
Analizzando la carriera di questo grandissimo musicista, ho deciso di dividerla in tre ideali periodi:

1) Periodo giovanile (1927/1928 – circa fine anni '30): Lasciando perdere l’esordio all’insegna di Brighi, se ipoteticamente facciamo coincidere l’inizio di questo periodo con l’avvento sulle scene dell’Orchestra Casadei e con l’esordio discografico, possiamo notare come gli anni della gioventù musicale del Maestro, siano improntati alla sperimentazione e alla ricerca di un sound forse non ancora propriamente definito; Secondo attinge a piene mani da quelli che sono i generi popolari che sente attorno a sé, interpreta un pezzo ora jazzato, ora spagnoleggiante, incide un brano con strumenti hawaiani, in uno ci infila la tromba, in un altro ci piazza il banjo, come da tradizione delle vecchie orchestre americane… E accanto a questi esperimenti, dal sapore decisamente più urbano o esotico, affianca i tradizionali balli alla Brighi, quei valzeroni dal richiamo viennese, le mazurche campagnole, come a ricordarci che, comunque, tutto nasce da lì; è sicuramente un periodo molto affascinante, in cui già saltano fuori i primi capolavori (e i brani seminali per il successivo sviluppo del genere, non si contano sulle dita delle mani), e che spesso rivela più di una sorpresa dietro l’angolo (è molto divertente ascoltare le differenti soluzioni impiegate per arrangiare un brano, nonostante tutto sia ancora molto istintivo e, a volte, un po’ grezzo). Molte composizioni sono frutto di collaborazioni (alcune completamente scritte da altri) e, in generale, trasudano di una carica giovanile che le porta ad essere, a volte, addirittura sfrontate (il testo di Burdèla Avéra, con il palese doppio senso sessuale finale, è storia!); l’approccio caciarone, aggressivo, passionale e istintivo dei musicisti, tipico delle jazz band, dona alle registrazioni quel qualcosa in più, trasformando quei pezzi in autentiche chicche, e rendendo le imprecisioni affascinanti, in quanto parte integrante di quel modo di interpretare la musica. L’intuizione delle canzoni in dialetto romagnolo fu poi assolutamente geniale e, in generale, ciò che ho sempre apprezzato molto di questo periodo è la riuscitissima fusione di urbanità e campagna udibile in molti pezzi, alcuni dei quali mescolano, alla perfezione, jazz americano e musica da ballo romagnola. Ai classici balli della mia terra, affianca quelli d’importazione americana, come il fox-trot, il one-step o il two-step; è sicuramente la parte di carriera in cui vengono abbracciati più generi.

2) Periodo del “Dolore” (inizio anni '40 – circa primi anni '50): Secondo il parere di chi scrive, questo è il periodo migliore in assoluto, dal punto di vista compositivo, del Maestro e, guarda caso, coincide col periodo più buio e triste della sua vita (che a me piace chiamare “del Dolore”), come a ricordarci che è quando si sta male, che si producono le cose migliori, perché è il “mal di vivere” che tira fuori il meglio da un artista (e in questi anni, di grande povertà, Secondo vide togliersi ciò che lo rendeva più felice in assoluto: la possibilità di suonare la sua musica, di esibirsi dal vivo). Qui, in piena guerra, inizia la maturità di Casadei, il giovane scapestrato si placa, comincia a farsi uomo, e aumentano di molto le composizioni esclusivamente sue (tanto da ribaltare le carte in tavola e rendere eccezioni le collaborazioni o le reinterpretazioni di pezzi altrui), le quali si fanno più meditate, più mirate, più raffinate, più definite e, a tratti, contemplative; gli arrangiamenti si fanno più maturi, meno istintivi (molto spesso lodevoli) e si comincia, inoltre, a definire e ufficializzare il sound, la struttura dei brani, la strumentazione e la formazione dell’Orchestra e, di conseguenza, volgono al termine le sperimentazioni dell’esordio. Le melodie più belle vengono scritte in questo periodo: “A mamma” (dedicata alla morte della madre), “Riccarda”, “Giampiero” (queste ultime due dedicate alla nascita dei figli; Riccarda fu l’unica nota positiva di questo periodo, l’unico spiraglio di luce; Giampiero era nato qualche anno prima) e, su tutte, troneggia quell’opera d’arte che è “Dolore”, uno dei valzer più belli e più perfetti che abbia mai sentito, il mio preferito in assoluto. Finita la guerra, gli ultimi anni del periodo lo vedono lottare contro le sonorità americane per riconquistare il suo popolo, e pure da questa brutta esperienza nasceranno tante lacrime, ma, soprattutto, grandi cose.

3) Periodo del grande successo commerciale (seconda metà degli anni ‘50 – 1971, anno della morte): Questo periodo ha inizio, ovviamente, col successone di “Romagna mia” e la riconquista del popolo romagnolo che, al ritmo del valzer “Il liberatore”, torna a danzare la musica romagnola, scordando la parentesi americana; è un periodo all’insegna del divertimento e del sorriso, ricco di soddisfazioni, riconoscimenti e grandissimi successi. Secondo è famosissimo, l’Orchestra Casadei è sinonimo di musica da ballo in buona parte dell’Italia e gli anni bui sono finiti per sempre. Il sound e la formazione vengono ufficialmente definiti, e cominciano a porsi le basi per la nascita del fenomeno liscio. La Romagna sta cambiando, il progresso la sta pian piano trasformando in una delle mete turistiche più ambite nel periodo delle vacanze estive, e ovunque spuntano alberghi, negozi e strutture d’accoglienza per turisti; la musica che Secondo propone in questo periodo, è la perfetta colonna sonora di questo cambiamento. Brani come “Cattolica (Sabbiadargento)”, “Riviera romagnola”, “Bellaria-Igea Marina” o “Ritorna a Rimini” sono composti appositamente per i turisti che, come cartoline, porteranno i dischi con loro una volta rincasati, per non dimenticare le spiagge della Romagna; sono gli anni di “Rimini, Cervia, Riccione: ogni insegna, una canzone!”. È indubbiamente un periodo molto commerciale, in cui spesso si dà al popolo ciò che il popolo chiede (non ne risente la qualità media delle melodie, che si attesta comunque quasi sempre su valori alti); sembrano ormai scordati gli esordi campagnoli, quando si suonava tra la polvere dei fienili, e il sound di molte delle nuove composizioni richiama quasi esclusivamente un ambiente urbano in continua crescita, in cui si cominciano a bruciare le tappe, tutto procede molto velocemente e in cui, il progresso e il consumismo, stanno ogni giorno prendendo sempre più piede, e la gente, vogliosa di spendere e divertirsi, affolla le località turistiche, e si muove sempre più in fretta, affannosamente, verso l’omologazione, la massificazione. “Romagna mia”, è il brano che tutti impareranno ad amare e sarà cantata da ogni turista, sia italiano che straniero, così come si canta uno sguaiato coro da stadio, storpiandone molto spesso le parole, tanto che oggi quasi nessuno ricorda più le originali e sono ormai accettate come ufficiali queste storpiature; il successo di “Romagna mia” è il momento spartiacque nella carriera di Secondo Casadei e nella storia della musica romagnola tutta: nella sua prima versione, la migliore, quella cantata con grande trasporto e passione da Goffredo, detto Fred, Mariani (con Arte Tamburini come seconda voce; Mariani, che fu bravissimo, venne chiamato all’improvviso per sostituire il cantante ufficiale dell’orchestra, il quale si era ammalato), non era differente come struttura dalle canzoni del periodo precedente (anzi, era in tutto e per tutto un classico brano alla Casadei); saranno il successo e le versioni successive a cambiarla per sempre, a trasformarla e a renderla quella che, spiritualmente, può essere considerata l’ultima canzone del vecchio Secondo Casadei e, contemporaneamente, la prima del nuovo, o almeno quella che imposterà lo standard; allo stesso modo, è sia l’ultima canzone della vecchia musica romagnola e la prima della nuova. Inoltre, bisogna citare i testi di Raoul – il suo inserimento nell’orchestra, nei primi anni ’60, sarà uno dei principali motivi del cambiamento –, i quali, grazie al suo approccio più giovanile, porteranno alcune innovazioni, come l’inserimento di parole inglesi (“Riccione by night”), o l’introduzione di argomenti più vicini al mondo dei giovani dell’epoca (“La droga”). Sempre a causa sua, la struttura dei brani cambierà e, perdendo il solito lungo intro che ripeteva l’intera melodia del pezzo (in alcuni casi viene addirittura eliminato: celebre l’aneddoto legato a “La mia gente”, cui testo rappresenta la miglior produzione di Raoul, che vide scoppiare un litigio tra zio Secondo e il nipote, il quale ebbe la felice intuizione di iniziare la canzone direttamente con l’attacco del cantante, cosa impensabile per il Maestro, che poi si ricredette), diventano vere e proprie canzoni pop, in alcuni casi pure con testi più impegnati, dal piglio cantautorale (vedi “Il passatore” o “Il liberatore”).            


GALLERIA
Di seguito, qualche foto scattata da me di alcuni luoghi importanti legati al Maestro.

La casa natale, a Sant'Angelo di Gatteo

La casa di Gatteo a mare in cui fu composta, e a cui fu dedicata, "Romagna mia" (in originale, "Casetta mia")

La tomba del Maestro, a Savignano sul Rubicone

Luogo in cui sorgeva l'osteria "é cambaròun" di Carléin d'Ambrus, a Sant'Angelo di Gatteo, dove il piccolo Secondo si recava ad ascoltare le orchestre

Foto degli uffici della "Casadei Sonora", a Savignano sul Rubicone







Io (al centro), con Riccarda (a sinistra) e Lisa (a destra) Casadei, rispettivamente figlia e nipote del Maestro

Sebastian Mariani (al centro), nipote di Goffredo "Fred" Mariani, voce originale di Romagna mia, con Riccarda e Lisa

La tomba del leggendario Maestro Carlo Brighi, detto "Zaclèn" (sita a Forlì, in cui morì nel 1915; era nato nel 1853 a Fiumicino, frazione di Savignano sul Rubicone), fondamentale influenza per la nascita della musica romagnola moderna e per il giovane Secondo

martedì 22 maggio 2018

RECENSIONE FUMETTO – La nuova isola del tesoro, di Osamu Tezuka


Era da tanto, troppo tempo che desideravo avere quest’opera tradotta nel nostro idioma… Da grande appassionato di Osamu Tezuka – lo considero il mio secondo fumettista preferito in assoluto, dopo Carl Barks –, nonché collezionista delle sue produzioni, immaginate la mia reazione quando, in maniera del tutto casuale e quasi distrattamente, mi trovai, nella monotonia di una sera come tante, ad aprire su YouTube un video di Dario Moccia (apparso tra i consigliati), dal titolo sì intrigante, ma che di certo mai avrei potuto pensare nascondesse una simile notizia bomba: lo youtuber, annunciava la pubblicazione del primo, mitico e immortale manga story pubblicato dal Maestro per eccellenza del fumetto nipponico; “La nuova isola del tesoro”, in edizione italiana, era finalmente tra noi! Da maniaco collezionista del buon Osamushi, ovviamente possedevo già l’opera da svariati anni, nell’unica edizione arrivata in Europa (quella spagnola, comprata su Amazon insieme a Metropolis – sempre in versione ispanica –, altra opera importantissima del Maestro, originariamente uscita in Giappone nel 1949 e, vergognosamente, ancora inedita in Italia), ma adesso – porca miseria!!! –, grazie all’impegno di Moccia (che si è fatto un discreto culo per farcelo avere) avrei potuto finalmente leggerlo in italiano! Qualche giorno dopo, usciva, ed io ero in prima fila nella mia fumetteria di fiducia per accaparrarmene una copia. Ora, dopo averlo spolpato per benino, mi trovo qui, davanti al pc, a recensire questa essenziale opera del passato, questa seminale colonna portante del manga tutto; bene, cominciamo! Innanzitutto, un po’ di storia: la pubblicazione originale risale al 1947, ed erano decisamente altri tempi per il fumetto e l’animazione di stampo nipponico; i manga (parola che significa “immagine in movimento”) erano soprattutto corti animati, la parola non era ancora famosa in tutto il mondo come sinonimo di “fumetto alla giapponese”, e i fumetti di successo veri e propri prodotti nel paese del Sol Levante, erano molto differenti da come sarebbero in seguito diventati (ed opere come quella in esame, si collocano esattamente alla base del cambiamento): erano perlopiù un insieme di sketch comici slegati tra loro, non c’era una vera trama di fondo; la prima opera pubblicata di Tezuka, infatti, rispecchiava proprio ciò che ho appena detto (trattasi di “Il diario di Ma-chan”, 1946). Per questo motivo, “La nuova isola del tesoro” è tanto importante: non è soltanto la prima opera di rilievo del maggiore autore di fumetti che il Giappone abbia mai prodotto, ma è il vero inizio di tutto, l’inizio della rivoluzione che, in pochi anni, avrebbe cambiato per sempre la storia della cultura di un intero paese, generando il fenomeno del manga story; se oggi siamo letteralmente sommersi dai fumetti giapponesi e possiamo considerarlo un business che mai conoscerà crisi, se oggi la storia del manga può dire di aver avuto così tanti maestri creatori di autentici capolavori, se oggi, insomma, leggiamo ciò che leggiamo, dobbiamo ringraziare soprattutto questo primo, imprescindibile, tassello, che all’epoca riscosse un immediato successone e vendette più di 400.000 copie in poco tempo. Ma letto oggi, ora che i tempi sono decisamente cambiati e tanta acqua è passata sotto i ponti, come ci appare questa “Nuova isola del tesoro”? Ci troviamo tra le mani un pezzo di archeologia fruibile solo da cultori e appassionati, oppure l’opera è invecchiata bene e può ancora interessare il lettore occasionale, ormai da tempo abituato a ben altro? Il mio parere è questo: letto oggi, “La nuova isola del tesoro” è ancora un ottimo racconto di avventura per bambini, i quali sicuramente si divertiranno un sacco a scoprirlo, trovandolo molto semplice e immediato da leggere, molto godibile; il comprendere i motivi che l’hanno reso così importante (le pionieristiche inquadrature, la struttura da storyboard, nessun narratore esterno a raccontare le azioni dei personaggi o lo svolgersi della trama, l’impianto registico delle vignette), ovviamente è esclusiva del cultore e collezionista, il quale sarà ripagato dal trovarsi tra le mani un prodotto ottimamente confezionato, nella sua versione integrale, di 250 tavole, ridisegnata da Tezuka nel 1984 (l’autore si vergognò di ripubblicare l’originale, stampato malamente, pieno di imprecisioni nel tratto, modifiche varie da parte dell’editore – sia ai disegni che al contenuto delle vignette – e monco di ben 60 tavole, per rientrare nel limite imposto dalla casa editrice) e pubblicata in Giappone come parte integrante della raccolta di tutte le sue opere e, soprattutto, con la sfiziosissima aggiunta di due corpose appendici: il diario personale di un giovane Tezuka diciottenne, che ricopre il periodo 1946-1947, e l’introduzione che l’autore scrisse negli anni ‘80 per la ripubblicazione dell’opera, in cui spiega dettagliatamente i motivi che l’hanno spinto a non pubblicare la versione originale e la decisione di ridisegnare il tutto, cercando di imitare il più fedelmente possibile lo stile dell’epoca, a volte ricalcando direttamente l’originale, e grazie alla quale scopriamo molti retroscena gustosi e anche divertenti, come la necessità di dover improvvisare un nuovo finale (nella versione del ‘47 fu tagliato e le tavole andarono perdute), per colpa della memoria ormai offuscata.

VOTO: 8
Un’opera che ha fatto scuola e ha cambiato per sempre la storia del fumetto giapponese; oggi, rimane un ottimo racconto d’avventura per bambini, mentre i cultori ne apprezzeranno il valore storico e la carica innovativa che ebbe all’epoca.

lunedì 21 maggio 2018

LE LEGGENDE DEL VECCHIO COUNTRY – Vernon Dalhart: dalla lirica al country

Vernon Dalhart fu uno dei primi importanti interpreti di musica country ad ottenere un grandissimo successo in tutta la nazione, vendendo milioni di dischi. La sua versione di “The Wreck of the Old 97” del 1924, storica ballata di G.B. Grayson e Henry Whitter{1} ispirata al disastro ferroviario del 27 settembre 1903 (avvenuto nei pressi di Stillhouse Trestle, vicino a Danville, in Virginia; un treno postale in ritardo sulla tabella di marcia, conosciuto come Fast Mail, deragliò a causa dell’eccessiva velocità e cadde da un ponte: nell’incidente morirono undici persone e ne rimasero ferite sette), viene spesso ricordata come la prima registrazione della storia della musica country a raggiungere il milione di copie vendute. La facciata B del disco (che in totale avrebbe venduto ben sette milioni di copie, cifra astronomica per i tempi), ospitava un altro brano destinato a fare la storia del genere: il seminale capolavoro “The Prisoner’s Song”, struggente ballata di grande impatto e influenza nella cultura popolare dell’epoca (la melodia del brano apparve anche, in versione per sola armonica, nello splendido corto animato “The Chain Gang” della serie “Mickey Mouse”, 1930, prima apparizione di Pluto). I sopraccitati brani, diventarono immediatamente dei classici del primo country e i relativi testi, che trattavano storie disperate di morte, amore e incidenti, evocando ambientazioni ferroviarie e carcerarie, influenzarono le tematiche tipiche del genere, diventando standard. Il valore storico di “The Prisoner’s Song”, fu riconosciuto dalla critica con l’inserimento nella “Recording Industry Association of America”, come una delle “canzoni del secolo”, e col ricevimento del “Grammy Hall of Fame Award”. Nato come Marion Try Slaughter a Jefferson, in Texas, il 6 aprile 1883 e morto il 14 settembre del ’48 a Bridgeport, nel Connecticut, per un’insufficienza cardiaca, coniò il suo nome d’arte unendo i nominativi di due città del Texas tra le quali portava il bestiame intorno al 1890: Vernon e Dalhart; nel corso della sua carriera, avrebbe pubblicato le sue registrazioni sotto diversi pseudonimi. Il padre Robert, fu ucciso dal cognato, Bob Castleberry, quando lui aveva dieci anni{2}; circa due o tre anni dopo, si trasferì con la famiglia a Dallas, dove cominciò a studiare canto al conservatorio; suonava già da qualche anno l’armonica e lo scacciapensieri. Nel 1901 sposò Sadie Lee Moore-Livingston, dalla quale ebbe un figlio e una figlia; successivamente, nel 1910, si trasferì a New York, dove trovò impiego in un magazzino di pianoforti e cominciò ad esercitare la professione del cantante, apparendo nelle opere di Puccini “Girl of the Golden West” e “Madama Butterfly” (in quest’ultima, nel ruolo del tenente Pinkerton) e nell’opera comica “H.M.S. Pinafore” di Gilbert e Sullivan, nel ruolo di Ralph Rackstraw; per arrotondare, cantava anche ai funerali. Iniziò a registrare nel 1916, dopo essere stato scritturato dalla Edison Records (previa audizione davanti ad Edison stesso) e, fino al 1923, incise oltre quattrocento brani (soprattutto di musica in voga in quel periodo, pop, classica, qualche pezzo da minstrel show, canzoni comiche e altro), fino all’esordio country con “The Wreck of the Old 97” nel 1924, che lo consacrò definitivamente. L’arrivo di artisti di enorme successo come Jimmie Rodgers e la Carter Family, mise un freno alla sua ascesa, rendendo in breve tempo superato il suo modo di interpretare musica country: per questo motivo, non esercitando più particolare appeal sul pubblico, nel corso degli anni venne dimenticato, per venire poi riscoperto a cavallo tra gli anni '60 e '70; a definitiva conferma di ciò, nel 1981 venne inserito nella “Country Music Hall of Fame”. Se prendiamo in esame le origini e l’impostazione da cantante d’opera di Dalhart, nonché il timbro vocale più adatto alla musica classica che alle asprezze del folk e del country, si potrebbe tranquillamente asserire che, il suo avvicinamento alla musica country, non sia stato del tutto spontaneo, ma fosse nato piuttosto dalla presa di coscienza dei cambiamenti del mercato discografico (che, d’altronde, aveva sempre osservato molto attentamente), oppure, dalla più semplice esigenza di registrare materiale che i suoi colleghi “pop” ancora non avevano considerato, snobbandolo come “musica da campagnoli”; opportunista o meno, la sua importanza per il genere è indubbia, così come la sua qualità di interprete.         


NOTE:

{1} Henry Whitter, chitarrista e armonicista, incise il brano durante la sua prima seduta di registrazione, insieme ad altre otto canzoni; questa versione, fu rilasciata dalla Okeh nel gennaio del 1924, ottenendo un discreto successo. Whitter, pioniere del country, ha spesso sostenuto di essere stato lui, in realtà, il “primo vero e proprio musicista country a incidere un disco”: era solito dire, infatti, di aver registrato per la Okeh qualche mese prima di Fiddlin’ John Carson, nel marzo del 1923. Non si hanno prove ufficiali a sostegno di questa tesi: l’unica cosa certa è che Whitter registrò per la Okeh dal dicembre del 1923 fino al 1926. Nato vicino a Fries, nella contea di Grayson (Virginia), il 6 aprile 1892, fu fin da piccolo un grande appassionato di musica e crebbe ascoltando i cilindri di cera di Cal Stewart (pioniere del vaudeville e inventore del personaggio comico “Uncle Josh”); imparò in fretta a suonare la chitarra e, successivamente, l’armonica, il violino, il banjo e il pianoforte. Oggi viene ricordato soprattutto per le sue incisioni in coppia col violinista folk cieco G.B. Grayson, effettuate tra il ’27 e il ’30, e per essere stato uno dei primi musicisti folk a suonare la chitarra e l’armonica contemporaneamente, influenzando molti artisti dopo venuti, come il Maestro del folk Woody Guthrie, che si ispirò alla sua “Lonesome Road Blues” (incisa durante la prima seduta e rilasciata nel 1924) per la creazione del brano “Blowin’ Down This Road” (conosciuto anche come “I Ain’t Gonna Be Treated This Way” e facente parte delle storiche “Dust Bowl Ballads”, rilasciate su disco nel 1940). Morì il 17 novembre del 1941 a Morganton, in North Carolina, per colpa del diabete. Un’altra versione di “The Wreck of the Old 97” incisa nel 1924, è quella del tenore cieco Ernest Thompson (nato a Winston-Salem, contea di Forsythe, North Carolina, nel 1892; morto nel 1961); polistrumentista, ma soprattutto chitarrista, incise il brano durante la sua prima seduta di registrazione, la quale produsse anche la sua canzone più celebre: “Are You From Dixie?”.

{2} Secondo alcune fonti, fu il nonno, allevatore e membro del Ku Klux Klan, ad essere accoltellato.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO COUNTRY – Uncle Dave Macon: il buon vecchio zio Dave e il suo magico banjo


Il buon vecchio “Zio” Macon è una delle più importanti figure di culto della vecchia musica country: grande virtuoso del banjo (conosceva almeno diciannove stili differenti di fingerpicking), lodevole compositore, showman talentuoso in grado di intrattenere e colpire il pubblico, personaggio memorabile (alcuni particolari del suo aspetto, come i denti d’oro, lo rendevano immediatamente riconoscibile), prima grande stella del GrandOle Opry (uno dei più importanti programmi radiofonici statunitensi, il più vecchio ad essere trasmesso ancora oggi dalla WSM di Nashville, in onda ininterrottamente dal 28 novembre 1925; lanciò molte importanti star del country e negli Stati Uniti è una vera e propria istituzione), anticipatore del bluegrass, “nonno” del country (così l’ha definito, giustamente, lo studioso di musica Charles Wolfe) e spassoso commediante che si fece le ossa negli spettacoli vaudeville, la sua produzione è oggi considerata l’anello di congiunzione tra la vecchia musica popolare americana del diciannovesimo secolo, la musica vaudeville e la musica commerciale e di consumo del ventesimo secolo. Una delle figure più durature del primo country, maggiore fonte di ispirazione per molti celebri suonatori di banjo, David Harrison Macon nacque vicino a McMinnville (per l’esattezza a Smartt Station), nel Tennessee, il 7 ottobre 1870. Figlio di un ufficiale confederato (il capitano John Macon), ebbe la fortuna di entrare in contatto sia con la musica campagnola (passando la prima parte della sua vita in una grande fattoria, di cui suo padre era proprietario) che con quella urbana (trasferendosi, all’età di 13 anni, a Nashville, dove la sua famiglia aveva acquistato l’Old Broadway Hotel); grazie a ciò, riuscì a creare, nelle sue composizioni future, un’originale commistione di folk, blues e vaudeville. Nel 1885 cominciò a suonare il banjo (prendendo lezioni da un comico che lavorava in un circo, tale Joel Davidson) e nel 1886, dopo l’assassinio del padre (di cui fu testimone) e conseguente vendita dell’hotel, si trasferì con la famiglia a Readyville, dove la madre divenne gestrice di una locanda di posta; qui, iniziò ad esibirsi pubblicamente per intrattenere gli ospiti. Nel 1900, dopo essersi sposato e aver preso casa a Kittrell l’anno prima, aprì una linea per il trasporto di merci chiamata “The Macon Midway Mule and Mitchell Wagon Transportation Company”; mentre effettuava le sue consegne tra Woodbury e Murfreesboro, guidando un carro condotto da un mulo, dava spettacolo cantando e suonando il banjo. Nel 1920, la lotta impari contro un concorrente che utilizzava automobili per il trasporto della merce, mise fine alla sua attività; questo, fu indubbiamente uno dei motivi che spinsero il nostro a coltivare in maniera più approfondita la sua passione musicale. Cominciò quindi ad esibirsi maggiormente e, dopo essersi fatto notare dalla persona giusta, entrò nel circuito degli spettacoli vaudeville, divenendone un richiesto e affermato intrattenitore. L’esordio in sala di registrazione non sarebbe tardato: nel 1923, le sue esibizioni in giro per il sud-est degli Stati Uniti insieme al violinista folk Sid Harkreader (Gladeville, Tennessee, 26 febbraio 1898 – 19 marzo 1988), arrivarono alle orecchie della Vocalion Records che, l’8 luglio 1924, li volle a New York per incidere del materiale (18 brani in tutto). Tre settimane prima che George D. Hay fondasse lo storico programma di musica country Grand Ole Opry, Macon e Harkreader ne avevano già utilizzato la ventura sede (il RymanAuditorium) per registrare uno spettacolo: ciò li rese le prime ufficiali star della futura trasmissione radiofonica. Dopo aver passato anni di grandi successi e soddisfazioni, arrivando addirittura ad apparire in un film (la commedia “Grand Ole Opry” del 1940), lo zio Dave morì il 22 marzo 1952 all’ospedale di Rutheford County a Murfreesboro, nel suo Tennessee. Fu seppellito al Coleman Cemetery, davanti a oltre cinquemila persone venute a dare l’ultimo saluto al loro “Dixie Dewdrop”; celebri stelle del country come Roy Acuff o Bill Monroe erano presenti al funerale.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Tampa Red: alle origini del Chicago sound

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Nato come Hudson Woodbridge (ma conosciuto anche come Hudson Whittaker) a Smithville (in Georgia) l’8 gennaio 1904, Tampa Red fu un importante e influente chitarrista slide, esponente del Chicago Blues, corrente di cui risulta essere tra gli iniziatori. Il suo straordinario stile bottleneck alla chitarra, influenzò grandi chitarristi come Muddy WatersElmore James, o Big Bill Broonzy. Tra i bluesman più prolifici del suo tempo (registrò 335 brani su 78 giri, di cui 251 tra il ‘28 e il ‘42, divenendo l’artista blues con più registrazioni in quel periodo), Red divenne inoltre, nel 1928, il primo musicista di colore a suonare una chitarra resofonica; suonava anche il piano e il kazoo. Nel 1953, una disgrazia colpì la sua vita: sua moglie morì, e il musicista, depresso, divenne schiavo dell’alcool. Nel 1960, tenne la sua ultima seduta di registrazione, e il 19 marzo 1981, si spense a Chicago, all’età di 77 anni.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Sonny Boy Williamson I: un’armonica così, non si era ancora sentita

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Tra i precursori del Chicago Blues, Williamson fu il più grande armonicista blues del suo tempo: con lui l’armonica divenne uno degli strumenti principali del genere, uno dei suoi simboli. Conosciuto con il soprannome di “Padre dell’armonica blues moderna”, il suo rivoluzionario e imitatissimo approccio allo strumento, lo rese un’influenza fondamentale per maestri dell’armonica blues come Sonny Terry e, soprattutto, l’immenso Little Walter (il massimo armonicista blues della storia). Nato come John Lee Williamson nel 1914 a Madison County (nel Tennessee, vicino a Jackson), nel 1934 si stabilì a Chicago, dove venne ucciso il primo giugno del 1948; la sfortuna volle che, rincasando da un’esibizione dal vivo, si trovasse coinvolto in una rapina a mano armata. La sua canzone più celebre, “Good MorningSchool Girl” (incisa nel 1937, durante la sua prima seduta di registrazione al Leland Hotel di Aurora, nell’Illinois), ottenne immediatamente un grandissimo successo, divenendo uno standard blues reinterpretato da molti altri artisti. Tra i bluesman più apprezzati e imitati della sua epoca, Williamson coniò un particolare stile di canto molto imitato, e fu un importante anello di congiunzione tra il blues rurale e quello urbano. Piccola curiosità: Sonny Boy Williamson fu il soprannome che un altro bluesman e armonicista contemporaneo, tale Alex (o Aleck) “Rice” Miller, decise di adottare, molto probabilmente per inseguire il successo dell’originale, sebbene lui sostenesse di averlo impiegato per primo; oggi, per comodità, ci si riferisce a John Lee Williamson come Sonny Boy Williamson I, e a Miller come Sonny Boy Williamson II.

LE LEGGENDE DEL BLUES – Son House: il predicatore combattuto tra cristo e la figa

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Uno dei più grandi e importanti esponenti del Delta Blues, Eddie James House, il “Predicatore del blues”, fu padre di una tecnica di chitarra influente e innovativa, derivata da quella di Patton (che fu il suo più grande maestro). Brani storici come “Preachin’ The Blues” (lungo ed epico blues di sei minuti, diviso poi in due parti su disco) o “Walking Blues”, entrambi registrati nella prima seduta del 1930, divennero importanti capisaldi, reinterpretati da artisti come Robert Johnson o Muddy Waters. Nacque a Riverton, nel Mississippi, il 21 marzo del 1902, e nel 1915 si diede alla Chiesa battista, cominciando l’attività di predicatore, cosa che gli causò molti problemi di coscienza: amava il signore e la chiesa, ma amava anche le donne, il vino e, soprattutto, suonare il blues, la musica dannata, la musica del diavolo, e questo generava in lui un profondo sconforto interiore, avvertibile nelle sue composizioni. Tra il 1928 e il 1929, venne rinchiuso nel carcere di Parchman Farm (Mississippi), per l’uccisione di un uomo in un juke joint (in realtà, fu autodifesa: l’uomo sparava a destra e a manca, e ferì House ad una gamba). Tra il 1941 e il 1942, registrò vari brani per l’etnomusicologo e antropologo Alan Lomax (che in quegli anni girava il sud degli Stati Uniti per raccogliere le registrazioni degli abitanti di quelle zone, soprattutto afroamericani, da preservare, poi, nella Biblioteca del Congresso), poi abbandonò la musica, trasferendosi a New York e lavorando come operaio; venne riscoperto nel 1964, in pieno periodo blues revival, e tornò a registrare, continuando a dedicarsi alla musica fino al 1974 quando, ormai malato, si ritirò definitivamente. Morì il 19 ottobre 1988, a Detroit, per un tumore alla laringe. Una delle più grandi personalità del blues, dotato di magnifico stile interpretativo, e autore di brani capolavoro.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Skip James: un lamento di alto livello

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Skip James fu un bravissimo e sfortunatissimo bluesman, che ottenne però riscatto negli ultimi anni della sua vita. Nato come Nehemiah Curtis James il 9 giugno 1902 a Bentonia (nel Mississippi), fu uno dei grandi (e purtroppo poco ricordati) esponenti del Delta Blues. Bravissimo chitarrista (suonava con una raffinatissima tecnica fingerpicking), cantante eccezionale (da far venire i brividi!), fu anche un pianista. Nel 1931 registrò su disco, per conto della Paramount Records, alcuni dei brani più belli e intensi del primo blues: capolavori assoluti come “Devil Got My Woman” (biografica, racconta di un amico che gli ha rubato la donna), avrebbero avuto le carte in regola per sfondare, se non fosse stato per il fallimento dell’etichetta (la Paramount smise di registrare l’anno dopo, e chiuse i battenti nel 1935) e, quindi, la conseguente scarsa diffusione e reperibilità dei suoi dischi. Persona profondamente sensibile (traspare palesemente dalle sue composizioni), rimase talmente amareggiato della cosa, che si rifugiò nella religione, e divenne il direttore del coro nella chiesa del padre (un predicatore). Per i successivi trent’anni non registrò più nulla e cadde nel dimenticatoio, per venire poi riscoperto negli anni ‘60 (grazie al grande chitarrista John Fahey, a Bill Barth e Henry Vestine che, grandi appassionati di blues, si misero sulle sue tracce), diventando una celebrità della scena blues revival. Nel 1964, apparve al Newport Folk Festival, ottenendo un grande successo, e dimostrando di essere ancora in grado di regalare agli ascoltatori la stessa intensità emotiva di trent’anni prima. Purtroppo, la morte lo colse pochi anni dopo: nel 1969, questo grande poeta del blues, morì di cancro a Philadelphia (Pennsylvania).

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Robert Johnson: intensi anni di studio offuscati da una stupida leggenda

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Robert Leroy Johnson (nato a Hazlehurst, nel Mississippi, l’8 maggio 1911, e morto a Greenwood, nel Mississippi, il 16 agosto 1938) è, insieme a Muddy Waters, il bluesman della vecchia guardia più ricordato e celebrato. Esponente del Delta Blues, profondamente influenzato da Charley Patton, Willie Brown e Son House, fu uno dei bluesman che influenzò maggiormente il rock-blues. Registrò in tutto 29 canzoni (la trentesima non esiste: è solo una leggenda, la sua vita ne è piena…), molte delle quali consegnate alla storia della musica del ‘900, in quanto tra i vertici della produzione del blues pre-guerra: “Hellhound On My Trail”, “Me And The Devil Blues”, “Terraplane Blues”, “Cross Road Blues”, “Travelling Riverside Blues”, ecc…, sono opere d’arte che hanno lasciato un segno indelebile, e hanno scritto importanti pagine della storia del blues, prima, e del rock, poi, presentando un innovativo stile chitarristico (che univa differenti correnti di blues) e vocale, che avrebbe avuto grande influenza su molti musicisti successivi. I testi delle sue composizioni, sebbene spesso pieni di frasi o espressioni rubate ad altri bluesman (ma non bisogna fargli una colpa per questo: era tipico all’epoca, e non solo nel blues), sono autentiche poesie dai toni molto spesso cupi e oscuri, che hanno contribuito ad alimentare le tenebrose leggende circolanti sul suo conto, creando un vero e proprio mito maledetto. Johnson morì a 27 anni in circostanze mai realmente chiarite (l’argomento è approfondito nella nota sottostante{1}), e fu il capostipite dell’ormai troppo chiacchierato (ha rotto il cazzoooo!!!) “Club 27”; si racconta che fu il Diavolo a venirselo a prendere (secondo l’ormai irritante leggenda, il musicista gli vendette l’anima a un crocevia a mezzanotte, per diventare il più grande chitarrista dell’epoca). Una cosa, però, bisogna dirla: la figura di Johnson, oggi, è forse fin troppo mitizzata e omaggiata, e questo è un male: in un genere, l’eccessiva mitizzazione di un artista rispetto ad altri, porta molto spesso a una totale ignoranza sulla conoscenza del genere stesso; purtroppo, la storia della musica è piena di casi simili (vedi nel rock, ad esempio… c’è da mettersi le mani nei capelli…).


NOTE:

{1} Sulla morte di Johnson non si hanno certezze precise (sul certificato di morte non è riportata alcuna causa concreta, e l’ipotesi dell’avvelenamento da parte del gestore di un locale cornuto, la cui moglie veniva sbattuta da Johnson, rimane la più accreditata) e secondo la leggenda – ma solo di leggenda si tratta – nel momento della morte si mise a quattro zampe e ululò come un cane; ovviamente è un falso mito, e il nostro Robert morì probabilmente nel letto di un amico (si era trascinato a casa sua, in preda al delirio, dopo aver bevuto dalla bottiglia che il gestore aveva per lui avvelenato), dopo 2 o 3 giorni d’agonia.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO COUNTRY – Riley Puckett: il padre dello yodel country

Quando nel 1924, il chitarrista e banjoista Riley Puckett, incise il classico “Rock All Our Babies To Sleep{1}, non avrebbe mai immaginato che quella canzone sarebbe entrata di diritto nella storia del country; infatti, secondo gli storici, quel brano lo rese molto probabilmente il primo musicista a registrare su disco lo yodel country che, nel tempo, sarebbe diventato uno dei marchi di fabbrica del country classico, utilizzato da musicisti di grandissima importanza come Jimmie Rodgers (che lo rivoluzionò, creando il “blue yodel”), Maybelle e Sara Carter, Patsy Montana, Roy Rogersecc… In pratica, grazie a quella registrazione, Puckett bruciò qualche tappa in più sulla strada che, dal vecchio country rurale, avrebbe in seguito portato alla nascita del country moderno: questo fece di lui un importante pioniere. Tra gli altri classici del suo repertorio, si possono annoverare “Sleep, Baby, Sleep” (1924){2}, ripresa poi da Jimmie Rodgers nel 1927 (lato B di “The Soldier’s Sweetheart”, il primo disco), la malinconica ode ai crauti “Sauerkraut” (1926), una cover con banjo del classico di Stephen Foster “Oh! Susanna” (1924), la prima vera versione incisa di “Red River Valley” (insieme al tenore Hugh Cross; 1927), “The Old Spinning Wheel” (con Ted Hawkins al mandolino; 1934), la storica “Chain Gang Blues” del 1934, che dimostrava le sue influenze blues (Blind Lemon Jefferson su tutti), la commovente e intensa cover di “Red Wing” (1927) e, ovviamente, “Ragged but Right” (1934), tra i suoi brani più celebri. Nato il 7 maggio 1894 a Dallas (capoluogo della contea di Paulding County), in Georgia, divenne cieco durante l’infanzia per colpa di un incidente medico; in seguito, studiò nella scuola per ciechi a Macon (Georgia), dove imparò a leggere il braille e iniziò a dedicarsi alla musica, imparando prima a suonare il banjo, e successivamente la chitarra. Esordì in radio, alla WSB di Atlanta, nel 1922, con la Clayton McMichen’s Hometown Band (band formata nel 1918 dal violinista folk Clayton McMichen) e successivamente si unì a Gid Tanner, il quale, nel 1926, lo volle nei suoi Skillet Lickers{3}. Grande strumentista, Puckett figura tra i più grandi chitarristi degli anni ’20 e ’30, e la Grande Depressione non ebbe conseguenze negative sulla sua carriera. Morì il 13 luglio del ’46, a East Point (Georgia), per avvelenamento del sangue; una grossa bolla spuntata sul suo collo, non fu adeguatamente curata.  


NOTE:

{1} Registrata durante le sue prime sessioni alla Columbia Records (New York) tra il 7 e l’8 marzo 1924 (per l’esattezza, l’8 marzo) con Gid Tanner al violino (si era presentato in studio nelle vesti di suo accompagnatore: questo li rese i primi musicisti country a registrare per la Columbia); sul lato B del disco c’era una cover del successo di Fiddlin’ John Carson dell’anno precedente, ovvero “The Little Old Log Cabin In The Lane”.

{2} Di seguito, per ogni brano, indicherò l’anno della prima incisione.

{3} Gruppo storico della vecchia musica country, i Lickers si formarono per volere di Gid Tanner nel 1926; la prima formazione era costituita da TannerPuckettClayton McMichen e Fate Norris (in seguito, si sarebbero aggiunti anche Lowe Stokes e Bert Layne). Effettuarono 88 incisioni (ma ne vennero pubblicate solo 83) per la Columbia, tra il 1926 e il 1931.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Peetie Wheatstraw: blues tra puttane e malfattori

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Wheatstraw, fu uno dei bluesman preferiti di Robert Johnson, e una delle sue maggiori influenze: quest’ultimo, infatti, attinse a piene mani dal suo repertorio, e utilizzò alcune sue canzoni come basi per le proprie (cosa che fece anche con altri bluesman, come Kokomo Arnold, Lonnie Johnson, Son House o Skip James, ma con Wheatstraw forse più che con ogni altro). Nato come William Bunch il 21 dicembre 1902 a Ripley, nel Tennessee, divenne celebre per la sua figura oscura e misteriosa, maledetta, maligna e demoniaca: era solito, infatti, proclamarsi “Alto sceriffo del Diavolo” o “Genero del Diavolo” (altra cosa che ispirò Johnson). Il suo atteggiamento sfrontato e volgare ha anticipato la figura del cantante rap, e la sua figura ha colpito l’immaginario dello scrittore Ralph Waldo Ellison, che lo cita nel romanzo “Uomo invisibile”. Musicista di grande influenza negli anni ‘30, fu, insieme al grande Leroy Carr, uno dei primi cantanti blues ad accompagnarsi con il piano (che utilizzò per la maggior parte delle sue registrazioni, alcune delle quali eseguite assieme a Kokomo Arnold, importante bluesman dell’epoca), influenzando Champion Jack Dupree (mitico autore della storica “Junker’s Blues” del 1940, poi ripresa da Fats Domino per la sua “The Fat Man”, 1949, una delle prime canzoni rock and roll) e Jerry Lee Lewis (uno dei massimi artisti rock and roll di sempre). Tenne l’ultima seduta di registrazione il 25 novembre 1941, e morì il 21 dicembre (il giorno del suo compleanno!) dello stesso anno a St.Louis, nel Missouri; la causa della morte fu un incidente stradale: si trovava seduto sul sedile posteriore di una Buick, mentre questa colpiva in pieno un treno merci; le due persone che erano con lui, sedute davanti, morirono all’istante, mentre lui morì in ospedale. Lasciò un repertorio di intense canzoni blues, dai testi crudi e visionari, narranti storie di puttane, ubriaconi, giocatori d’azzardo, assassini e malviventi di ogni sorta.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Muddy Waters: la pietra rotolante che travolse Chicago

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Uno dei più grandi e famosi bluesman di tutti i tempi, Muddy Waters figura tra i musicisti più influenti del ventesimo secolo; esponente del Delta Blues, profondamente influenzato dai grandi maestri di quella corrente (soprattutto Son House e Robert Johnson), finì per diventare l’ufficiale iniziatore del Chicago Blues. Effettuò le prime registrazioni grazie ad Alan Lomax, nel 1941 e nel 1942 (“Country Blues” / “I Be’s Troubled”, 1941, fu il disco che finì nella Biblioteca del Congresso), e nel 1943 si trasferì a Chicago, dove, dopo qualche anno, incise il primo singolo per l’Aristocrat Records (“Gypsy Woman” / “Little Anna Mae”, 1947) che successivamente, sotto la direzione di Leonard Chess, divenne la Chess Records, etichetta di cui Waters fu l’artista di punta, fino all’arrivo del terremoto Chuck Berry (che ebbe il primo contratto anche grazie a lui, e cambiò la musica per sempre...). Storica la collaborazione con Little Walter, che portò alla creazione di un sound leggendario, e quella con Willie Dixon, che portò alla nascita di alcune delle più famose canzoni blues di tutti i tempi. Nato il 4 aprile 1913 a Issaquena County (Mississippi), morì a Westmont (Illinois) il 30 aprile 1983, per un’insufficienza cardiaca che lo colse durante il sonno. Va ricordato il tour in Inghilterra del 1958, che sconvolse la nazione grazie a un potente sound elettrico, e aprì le porte al blues-rock inglese.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO COUNTRY – Gid Tanner: il violino che amava le sfide

Insieme a Fiddlin’ John Carson, suo rivale in vita, Gid Tanner è stato il violinista più importante e influente del primo country. Membro dei celebri Skillet Lickers (da lui formati nel 1926), esordì discograficamente il 7 marzo del 1924 come spalla del chitarrista Riley Puckett, registrando a New York le prime canzoni hillbilly prodotte dalla Columbia. Nato il 6 giugno del 1885 vicino a Monroe, capoluogo della contea di Walton, in Georgia, crebbe in una fattoria e imparò a suonare il violino all’età di 14 anni; cominciò ad apparire in pubblico sfidando altri violinisti in varie gare paesane (in questo periodo ebbe inizio la rivalità con Carson), dove si distinse grazie a una grande abilità e alla conoscenza di un vastissimo numero di brani. Concluse la sua carriera discografica nel 1934, rimanendo però in attività fino all’anno della sua morte, avvenuta il 13 maggio 1960 a Dacula, in Georgia; tre settimane dopo, avrebbe compiuto settantacinque anni. Suo figlio Gordon, violinista anch’esso, ne raccolse l’eredità, tramandandola alle generazioni future.

Tanner e gli Skillet Lickers: L’esordio di Tanner con i Lickers, la cui prima formazione comprendeva, oltre a lui e a Puckett, il violinista Clayton McMichen (nato ad Allatoona, in Georgia; virtuoso del proprio strumento, ottenne celebrità vincendo vari concorsi) e il banjoista Fate Norris (proveniente da Resaca, in Georgia; in molte registrazioni risulta pressoché impercettibile), avvenne con il brano “Hand Me Down My Walking Cane” (1926). I Lickers divennero in fretta la string band più popolare, influente e di maggior successo del periodo: sfornavano hit, avevano personalità, erano musicisti dotati e facevano presa sul pubblico grazie anche a una serie di registrazioni umoristiche, in cui la musica si interrompeva per favorire spassosi dialoghi ebbri e deliranti. Questa grande fama sarebbe durata fino al 1931, anno dello scioglimento; quando si riformarono – nel 1934, per volere di Tanner e Puckett e con una line-up differente –, non riuscirono più a raggiungere i fasti di un tempo, nonostante qualche registrazione di discreto successo.