domenica 5 gennaio 2025

I MIEI RACCONTI - Gli esperti enologi (2013)

  


 


GIANLUIGI VALGIMIGLI 

 GLI ESPERTI ENOLOGI

-Racconto originariamente pubblicato nella raccolta “Ravenna Ridens” (Claudio Nanni Editore; 2013)-

GLI ESPERTI ENOLOGI

Avevo dieci anni all’epoca, porca miseria, mi sembra ieri ...
Giravo per la cara vecchia Borgo Tuliero, il mio paese natale, minuscola frazione di Faenza.
Giravo e giravo, per le vie, il parchetto, i campi, le case, sempre così, tutti i giorni, d’estate, assieme a un gruppetto d’amici ... i bambini della via, ci chiamavano ...
Spendevamo le nostre giornate, tra gare in bicicletta, infinite partite a nascondino, due o tre calci a un pallone, sotto al sole caldo del periodo più bello dell’anno ... più bello, sì, come solo l’estate può esserlo per un gruppo di bambini, costretti ad alzarsi, nove mesi all’anno, ogni santo dì, alle sette del mattino, per andare a farsene due un po’ grosse, sul banco di una scuola pubblica. C’erano i fratelli Villa, Matteo e Marco, rispettivamente di nove e otto anni, c’era Renzo, le sorelle Silvia e Estel, tutti sui nove , ed infine il più piccolo del gruppo, Cristiano, anni sei e un po’ ... Ovviamente io, essendo il più grande, mi atteggiavo a capetto del branco, e siccome ero pure un discreto discolaccio, esauriti i giochi di rito, me ne inventavo una dietro l’altra, per combinare casini a destra e a manca. I miei piccoli sgherri, mi seguivano fedelmente, giù, lungo i vicoli, immersi nel fumo che dall’asfalto rovente, si levava nell’aria, impestandola e poi su, tra l’erba e le ortiche delle collinette che circondavano il paesello, acquattati come bestie, in mezzo ai campi di grano o tra i filari di barba di frate, attendendo il passaggio del contadino di turno e poi ... !!!BBBUUUAAARGGHHH!!! ... saltar su e spaventarlo, il povero cristo!
Poi quella volta delle miss, oooooh!, quando le miss Italia (mmmmpf ... cose pese ...), vennero in quel di Borgo, a sfilare, grande manifestazione, al circolo della vecchia Sandra, tutta Borgo Tuliero (vecchi e vecchiette gelose al seguito, compresi!), s’era radunata, nel campo da calcetto proprietà del locale, a sbavare dietro alle belle gambe delle signorine, le quali, pavoneggiandosi, sfilavano altezzose, consapevoli del dono che la natura aveva loro offerto.
Quella volta, dicevo, non paghi del vederle solo sfilare, c’infilammo di nascosto su per la scala che portava al loro spogliatoio (il piano superiore del circolo) e guarda il caso, trovando l’uscio spalancato, pensammo ( o almeno io pensai, gli altri mi seguivano a ruota), d’intrufolarci nello stanzone ... beh ... qualche minuto dopo, i presenti alla manifestazione, sentirono le miss che, affacciate alla finestra del piano superiore del circolo, inveivano, urlando a gola squarcia, contro un branco di ragazzini che, ridendo, correva fuori dal giardino del locale con, nelle mani ( le mie mani), la parte superiore d’un bikini da sfilata ... e giù di PORCI, SCHIFOSI e –censura, censura, censura- ... è successo tutto sul serio, gente, e la mia guancia destra, ne pagò anche le conseguenze ...
In realtà, stavamo solo cercando di non annoiarci, il nostro, ovvero il mio, era un bisogno di trovare, ad ogni costo, qualche cazzata da fare, per non doversi fermar a pensare che, fra un mese e poco più, tutto sarebbe nuovamente finito e la vita vera, sarebbe tornata a mazzare giù pesante. Bene!, la mia preferita, però, fu quella del vino ... adesso vi racconto ...
Ce ne stavamo lì, come sempre, Via Nuova, battuta in pieno dal sole, afa mortale, mosche che, dalle stalle dei contadini, giungevano a posarsi su di noi, stravaccati a terra, come sulle bestie, forse scambiandoci per alcune di esse.
Quand’ecco ... !!!TOING!!! ... che la mia mente furbetta, formulò un idea abbastanza folle, ma geniale al tempo stesso, almeno per un ragazzetto di undici anni col pepe al culetto ...
“Bàsterdi” esordìì “Mo se noi, adèss ...”
“Ohi nonono, un altro casotto di legna no, l’altra volta il Gigì ce l’ha quasi fatto a strisce” cominciò a lamentarsi Renzo, andando con la mente a due giorni prima, quando si tentò di rubare la legna al

mio vicino, per costruirci una capannina di legno, imboscata dietro alla vecchia chiesetta da anni inutilizzata, da equiparare a piccolo rifugio segreto.
“Sì” s’infilò Silvia “eccheccaspio, mo me lo ricordo, socc’mel, che paura quand’ha aperto la porta d’improvviso ed è uscito il cagnazzo brutto, tutto che sbaviava c’u pareva ‘nu javlazz!”

“No, ‘gazzi, no, niente capannina, quell’idea ormai m’ha di già annoiato” ripresi il mio delirio “oggi, fasegna il vino, buono fresco vino di campagna!!!”
“Mo cosa dici, mo come facciamo a farlo???”
“Silenzio Marchì, lo so io, sì lo so, mo ti devi proprio fidar del mio dire, adesso, c’è il bon vecchio Feroj qui no, subito qui, all’inizio di Via Nuova, lo vedete anche da voi, voltando il capo alla vostra destra, il grande campo di viti del bon vecchio Feroj, lui ci fornirà la materia prima, l’uva bianca ci ha, e noi faremo il vino bianco, ch’è buono col pesce, dice la mia mamma!”

Scattai in piedi, una saetta che squarciò la calma dell’afosa via, nella nostra antica estate. “Cristianuccio, tu, ‘desso, vai nel tuo giardino, prendi la bacinella dove tua mamma lava i panni, la sssiacqui dal sapone e poi la piazzi al centro del giardino, sotto l’ombra del grande pino, e poi ci aspetti lì, lo faremo a casa tua, il vinello, ch’è bonino!”
Il Cristano, pigliò su e corse verso casa sua, saltellando come un leprotto, tutto allegro per la nuova trovata.
“Amici, fratelli d’arme, unitevi a me, in questa calda giornata, tutti in fila, dietro, su, si va in missione per fare il vino, il più buono e ho già anche in mente la marca e il disegno dell’etichetta, vedrete, è roba pesa!!!”
E ce ne partimmo, così, alla volta del campo di viti, del bon vecchio Feroj, il contadino gentile gentile.
Così gentile, da prestarci la sua uva, per fare il vinello.
Saltai il fossato, con un agile balzo, e, una volta di fronte al primo filare, cominciai a strappare i grappoli d’uva. La maledetta non veniva via, e mi trovai costretto a staccare tralci interi.
Le sorelline si erano piazzate nei pressi della casa del bon vecchio Feroj, a fare il palo ... che tenere che erano, con le treccine e il vestitino di pizzo, verde e bianco.
Matteo mi stava affianco e raccoglieva quello che io gli buttavo ai piedi. Renzo e Marco facevano lo stesso, il primo strappava e dilaniava tralci, il secondo era un cesto umano.
“Ok bestiacce, può bastare, GO!!!”
Attraversammo nuovamente il fossato, nessun segno di Feroj o della moglie, e giù, correndo come i pazzi, che all’epoca, eravamo, per la Via Nuova, fino alla casa del Cristiano, che già c’attendeva, con una strana bacinella in mano.
“Mo sèla? Ti avevo detto quella per lavare i panni, boi’ed che porz!”
“ ‘cusa giluigi, la mia mamma l’ha messa in garage, e poi, ciò, l’ha chiuso e sono via, sai, c’era solo questa ...”
“Sì, mo che è?”
“è la bacinella dove bevono i cani da caccia del babbo, c’era solo questa, l’ho svuotata e poi ai cani gli ho messo per bere, il coso che ho preso dalla gabbia degli uccellini, tanto loro sono morti, la gabbia era vuota da un mese, ho staccato il tubetto dove bevevano, l’ho riempito e l’ho sassato ai cani, è piccolo, ma se ci bevono gli uccelli, ce la fanno anche i cani, che, come dice il mio babbo, sono più intelligenti di tutti gl’altri animali, ecco ...”
“Va bene, hai fatto bene! Bravo sciàn, adesso metti la bacinella per terra, che ci mettiamo l’uva dentro e facciamo il vino!”
Marco mi tirò per la maglia, mi voltai a guardarlo.
“Sa ièl?”
“Ma come si fa a fare il vino, scusa, come facciamo ...”

“è semplice, l’ho visto fare alla televisione, basta buttare l’uva nella bacinella e poi pestarla con i piedi, e poi viene il vino, ch’è buono e poi io ci faccio l’etichetta, lo mettiamo nella boccie, lo chiamiamo il Vino della Via, poi facciamo una bancarella e andiamo a venderlo in piazza a Faenza, diventeremo ricchi di peso, ve lo dico io!”

“Ah, ho capito, che bello!!!”
Staccai i grappoli dai tralci, chinato sull’erba del giardino, a colpi di cazzuola, poi mi alzai e riempìì la bacinella.
“Ecco fatto, ragazzi, possiamo cominciare!!!”
Non feci in tempo a finire la frase, che Renzo, si tolse le scarpe da ginnastica e si piazzò dentro alla bacinella, cominciando a pestare l’uva.
“NOOOOO, mo cosa fai, demente” gli urlai contro “mo te li devi cavare i calzini, che schifo, mo così lo lordi tutto, il vino!!!!”
Estel si tappò il naso, inorridita.
“Oh mio dio, che puzza di piedi, bleach!”
Renzo saltò fuori, con tutti i calzini zuppi e verdognoli di succo d’uva.
“Ciò, mo non l’avevi mica detto te, però eh!”
“Allora” cominciai paziente “adesso, ci togliamo scarpe e calzini e sottolineo calzini, e a turno ci infiliamo dentro e pestiamo tutto tutto, con forza, chiaro??? Bene!!!, cominciamo!”
Cristiano si tolse i sandali, e andò per primo. Cominciò a pestare.
Aveva girato tutto il giorno con la scarpe aperte, lungo l’asfalto e l’erba della campagna, e aveva i piedi più neri della carbonella.
In poco tempo, il succo, ovvero mosto, dell’uva, cominciò a riempire la bacinella.
“Alè, via, vengo anch’io!” disse Marco, ridendo. Si cavò scarpe, calzini e via a pestare!
A turno, pestammo tutti, eccetto Estel che, schifata, s’era appoggiata allo steccato che circondava il giardino, e continuava a lamentarsi della puzza dei nostri piedi.
“Ok, può bastare!” dissi, dopo una mezz’oretta di pestoni.
Bene, quello che la nostra ignoranza di bimbi credeva vino, stava lì, nella bacinella, una poltiglia verdognola, buona!?
“Ok, bisogna imbottigliarlo, faccio una corsa da mio nonno, a prender una della sue bottiglie vuote di vetro!”
Detto questo, corsi a prendere una delle bottiglie vuote che mio nonno, teneva nel garage (ce n’è ancora qualcuna oggi!), e tornai dal mio gruppetto.
Riempimmo la bottiglia, fino all’orlo del collo.
“Adess mo proprio bisogna sentirlo, tuo è l’onore Cristiano, che sei stato colui che ci ha donato la bacinella, vai mo!”
Al mio ordine, il bimbetto prese la bottiglia e ne bevve un lungo sorso.
Gli occhi di noi’altri erano tutti fissi su di lui, in trepida attesa del giudizio.
“Buono, è molto dolce, però è un po’ sabbioso, sembra che ci sia la sabbia dentro, ma è come succo, molto dolce ...” fu il commento di Cristiano.
“Bene, Bene, è venuto un vino dolce, farà successo, forza, beviamo beviamo!” intimai il gruppo e cominciammo a passarci la bottiglia.
Giunto il suo turno, Marco si attaccò con estrema curiosità, ma si ritrasse quasi subito, schifato. S’infilò due dita in bocca e ne estrasse un lunghissimo pelo nero, probabilmente appartenuto ai calzini di Renzo.
Bevemmo e bevemmo, buttammo giù il nostro buon “vino” dolce.
“Ciò, però non mi ubriaca mica questo vino, non mi gira la testa, sto benissimo!” annunciò Silvia. “Mboh ... forse ... ecco, cavoli, ci vorrà anche la ferma!” saltai sui, battendomi il pugno chiuso, sul palmo aperto.

“Cosa???” chiesero i miei amici.
“La ferma ... la fermenta ... quella che dobbiamo metterlo a farlo maturo, ‘nsomma, forse ci vuole, è necessaria, cavoli ...”
Saltò su Renzo.
“Posso portarlo io in garage, lo lasssiamo lì una settimana e poi si fa maturo, dopo è buono!” Amareggiato, chinai il capo.
“Non so, ragazzi, forse è stato tutto sbagliato, un’altra volta, come la capannina, tutto al jeval!”
Mi appoggiai alla staccionata, improvvisamente stanco. Ricordo che mi assalì, d’un tratto, una profonda tristezza, così, dal nulla, e tutto, mi pareva fatto invano.
“Abbiamo sbagliato tutto, forse questo non è il vino, forse ... mboh ... non so ...”
Alzai lo sguardo, erano tutti lì e mi fissavano, indecisi sul da farsi.
“Sapete che d’improvviso ... mi sento in colpa per aver rubato quell’uva per niente???” dissi, rivolto agl’astanti.
La conseguenza fu, che riuscì a spegnere e a deprimere pure loro, i quali iniziarono a lamentare i miei stessi sensi di colpa.
“Bisogna fare qualcosa ... abbiamo rubato tanta uva per un nulla, proprio, un nulla, e loro ci hanno anche rimesso dei soldi quindi ...”
Marco scosse il capo.
“Sì, è vero, gli abbiamo rubato dei soldi, loro potevano farci vino vero ...”
Ma ecco che, all’improvviso, mi venne un’altra idea.
“Portiamoglielo, portiamogli il vino falso che abbiamo fatto, così poi loro lo trasformano in vino vero e non ci rimettono soldi, chiediamogli scusa!”
Cristiano si tirò indietro, spaventato.
“No nono nonono, io non vengo, io c’ho paura, poi Feroj ci mena!”
“Sì, non vengo manc’io!” s’unì a lui, il bon Matteo.
Finì che andammo in quattro, io, le due sorelle, Renzo e Marco, a bussare alla porta del pòra Feroj. Ricordo che, venne fuori sua moglie, tutta sorridente e gentile e noi lì, amareggiati al massimo, la vergogna pesa, dipinta sul volto.
Quando la moglie di Feroj vide la bacinella piena di mosto che reggevo in mano, s’accigliò d’improvviso.
“Mi scusi ‘gnora, oggi noi volevamo fare il vino e abbiamo rubato la sua uva, ci dispiace, ma non ci siamo riusciti, però le abbiamo portato quello che abbiamo fatto, così poi lei non ci perde soldi e ci fa il vino vero ... è molto dolce, è buono ...”
“Ah, ragazzi, ma scusate, m-ma, m-m-ma io che me ne faccio, mo non me ne faccio miga gniente di sto mosto, io, beh ...”
“Ah ... ok, mi scusi, io non sapevo ...”
“No ciò, per sta volta passa dai, però basta che non lo fate più ...”
Fu comprensiva, e molto anche, forse il marito lo sarebbe stato meno, ma lui non c’era e ... beh ... meglio così!
Finimmo con un mal di pancia bestiale, per aver ingurgitato tutto quel mosto, e Cristiano, che ne aveva bevuto di più, andò in diarrea, il poretto! Mi raccontò tutto la sorellina il giorno dopo, dato che lui era costretto al gabinetto ...
Crescendo, onde evitare che disguidi del genere si ripetessero, decisi di studiare come agrotecnico e mi iscrissi al professionale d’agraria, ricordando proprio quest’avvenimento. Il risultato? Un bel cinque tondo tondo di media in Enologia, portato fino all’esame di maturità, e trasformato in sei, solo grazie al sette in Agricoltura, che faceva media.

Gianluigi Valgimigli

I MIEI RACCONTI - La birrata (2012)



GIANLUIGI VALGIMIGLI  

LA BIRRATA

Scritto e pubblicato per la prima volta nel 2012 

LA BIRRATA

“Ciò, allora, di birra ce n’è abbastanza direi, no?”
“Pigliane altre tre confezioni, non si sa mai, tanto quella porcheria economica lì non è altro che acqua lorda, quindi ce ne vuole un bel po’ per scaiarci, vai vai!”
Franco si chinò e raccolse altre tre confezioni di birra dallo scaffale, mettendole nel carrello della spesa.
“Allora, spetta che faccio il conto...” Aurelio aprì la borsa e prese in mano il cellulare “... dunque, fanno cinque virgola qualcosa a testa, famo cinque per te, dai!”
“Diobò, io con cinque euro mi ci facevo due settimane però, eh!”
“Ciò Franco, non so, boh, allora togliamo una confezion...”
“No dai va beh, va bene, via, dai!”
I due amici si diressero alla cassa, per pagare il conto e si misero ad attendere in coda.
A quell’ora, le sei pomeridiane, il supermercato era pieno zeppo di gente.
Franco si guardò attorno con disgusto.
“Sto branco d’imbecilli che viene qua, dopo il lavoro, tutte le sere, ci credi che li conosco quasi tutti? Fanno sempre le stesse cose, si alzano, vanno al lavoro e quando escono, ecco, vengono qua a fare la spesa...”
“Eh beh, oh, è così che si va avanti, no?”
“Io sto cercando un altro modo per farlo...”
Dopo circa cinque minuti, arrivò il loro turno.
Aurelio cominciò a disporre le confezioni di birra sul rullante, mentre Franco si piazzò all’altro lato del bancone, sacchetti alla mano.
La cassiera era una giovane ragazza dai capelli castani, decisamente carina.
‘tana madonna, a te ci penserei io, pensò Franco, guardandole prima il volto e poi il petto.
“Fanno dieci euro e ottantun centesimi” disse la cassiera, rivolta ad Aurelio.
Con una sporta per uno, Franco e Aurelio uscirono dal supermercato.
“Merrrrrda, che freddo s’è fatto....” esclamò Franco, battendo i denti.
Aurelio si guardò attorno.
“L’inverno sta arrivando, vecchio mio, anche quest’anno non si scappa...”
Il buio era ormai sceso su Faenza e una leggera nebbia si era formata, una nebbia gelida e bagnata.
Avanzavano al centro di un grande parcheggio.
“Vedrai, caro Aurelio, stasera ci scaldiamo, oh, se ci scaldiamo, ti faccio conoscere le due tipette che ho invitato, ooooh, le birre ci scaldano dentro e loro fuori, oooh!” Tagliarono per un vicoletto, un vicoletto pieno di cacche di piccioni, qualche cartaccia e varie cicche di sigaretta.
Qualcuno si era scolato una bottiglia di vino e l’aveva frantumata per terra.


I cocci, sparsi un po’ ovunque, pareva brillassero, al contatto con la nebbia. C’era un puzzo di piscio da far vomitare.

“Aurì, ma dove hai parcheggiato?”
Aurelio scosse il capo improvvisamente, come destandosi da un sogno. “Ho parcheggiato nella piazza delle verdure!” rispose all’amico.

Uscirono dal vicolo e attraversarono una strada asfaltata, dopodiché scesero le scale di un sottopassaggio.
Un neon si era del tutto fulminato, un altro si accendeva e si spegneva continuamente.

I muri, una volta bianchi, erano ora scrostati e coperti di graffiti e scritte più o meno oscene, FOTTI LA CRISI, L’ITALIA PIANGE, BERLUSCONI VA A CULO, e robe del genere, erano la manifestazione del malcontento di un probabile piccolo gruppetto di ribelli, che forse nasceva, in mezzo a quella generazione di giovani marionette senza motivo.

O almeno così piaceva pensare a Franco, uno sgorbietto basso e smunto, pieno di rabbia, alle spalle anni di insoddisfazioni di vario tipo e rapporti familiari ridotti all’osso.
Aurelio, bello e col fisico abbastanza ben piantato, se ne disinteressava totalmente. A lui piaceva il mondo dei giovani in cui viveva, gli piaceva la discoteca e altre cose che Franco odiava e trattava con cinismo.

Uscirono dal sottopassaggio e tagliarono per un parchetto, fiocamente illuminato da un lampione, la cui luce però non giungeva alle altalene, che rimanevano, immobili, nell’oscurità della sera.
Un vecchio passò accanto a loro, insieme a un cane grigio, anziano pure lui e dall’aria stanca.

Li superarono e poi se ne tornarono a scomparire nella nebbia, così, come erano venuti.
Franco riconobbe la vettura di Aurelio, parcheggiata al centro della piazzetta che tutti chiamavano “delle verdure”, dato che al mattino, durante i giorni di mercato, varie bancarelle vendevano ortaggi e robe simili.

“Bene Aurì, iniziamo mò a cargare la birrozza in macchina, che rischiamo di far tardi e le tipine ci attendono, ooooohhhh, vedrai, vedrai se son gnocche...”
“Ciò, lo spero per te, hai organizzato tutto sto ambaradan ormai da giorni ed è tanto che mi ripeti e prometti che stasera c’è la cuccata sicura, che lo spero proprio per te, vecchia carogna!”

Aurelio aprì il bagagliaio e Franco caricò le sporte.
Dopo una fumatina di cinque minuti, gli amici salirono in macchina e partirono. “Franco, sappimi dire per bene la strada per casa tua, c’è un nebbione...ti ricordi vero?”
“Massì dai, ciò, sono andato a vedere ieri, per sicurezza, tu a Riolo Terme ci sai arrivare, no?”

“Sì, a Riolo sì, ci andavo a scuola, ma poi però la strada per casa tua devi sapermela dire bene tu, no?”
“Ti ho detto che ho fatto un sopralluogo ieri, mi ricordo, orcodioz, mi ricordo, ho detto!”

La vettura uscì da Faenza e s’immise sulla via Emilia.
Le prime puttane iniziavano a uscire a quell’ora, Franco le guardava dal finestrino, c’era sta tipa bionda, carina, che saltellava davanti a un distributore di benzina abbandonato.
“Quindi Franco i tuoi genitori, a Riolo, hanno due case?”
“Eh, una verso la campagna e un'altra vicino alle terme, quella in campagna è più bella, perché è più grande, ma la tengono sempre affittata quei furbetti, noi stiamo andando in quella vicino alle terme, che è sempre vuota, è piccolina, un bilocale, ma per quello che dobbiamo fare basta e avanza, ci sono stato poche volte in quella casina, ieri ho girato un po’ per trovarla, ma devo dire che mi piace, mi ci vedrei abbastanza a viverci dentro...”
Detto questo, Franco si zittì all’improvviso e si mise a guardare fuori, in mezzo alla nebbia, pensieroso.

La casa dei genitori di Franco era piccola, ma molto carina e dall’aria accogliente. Aveva un aspetto ordinato, col suo bel giardinetto davanti, tutto recintato, con tanto di scale esterne che portavano a un terrazzino con la porta d’ingresso. Un bilocale strutturato come una villetta a schiera.

Faceva parte di un complesso di abitazioni, costruito intorno al 2000-2001, nella periferia di Riolo, vicino alle terme.
Ogni casa aveva le mura laterali in comune coi vicini, (eccetto quelle all’estremità del complesso, ovviamente) ma manteneva una propria indipendenza, grazie a un entrata privata.

La macchina di Aurelio si fermò nel parcheggio sul retro.
“Allora, donne” disse Franco, rivolto alle due ragazze sedute sul sedile posteriore “siamo giunti finalmente, scendiamo, via via!”
I quattro ragazzi scesero dalla vettura.
Si erano fermati a prelevare le tipe a Castel Bolognese, un paesino sulla Via Emilia, poco prima di Riolo. Erano due ragazze abbastanza carine, una mora e una castana, la prima portava i capelli sciolti, la seconda, raccolti in una coda di cavallo.
Quella mora era un pelino più piacente di viso ma aveva il sedere un po’ grosso, erano entrambe bassette e magre.
Aurelio e Franco scaricarono la birra e sporte alla mano, seguiti dalle ragazze, entrarono in casa.
“Allora amici e amiche” esordì Franco, appena si furono sistemati in salotto, attorno a un vecchio tavolo da giardino, ognuno con la prima birra in mano “siamo qui oggi riuniti per una particolare nottata di festa, che ho deciso di chiamare, la birrata,

come vedete il bere abbonda e abbonda tanto, ed è birra, tutta birra, dobbiamo bere, in questa notte, gente, bere ognuno alla salute del prossimo, bere e bere fino a scoppiare e a sentire il nostro cervello metter gambe e diventare un essere vivente a se stante, bere e dire cazzate fino a mattino, viviamo in tempi cupi, amici miei, viviamo in tempi tristi e depressi, tempi pesi e tesi, tutte le volte che a pranzo, i miei tengono la tv accesa sul tg, vedo un’Italia che si lamenta continuamente, in quella piccola scatola maledetta, lo schermo si tinge di rosso e ...”

“Maccheccazzo sta dicendo questo? Amico, sei già ubriaco” disse Aurelio, a mani giunte.
Le due ragazze sghignazzarono.
“Va beh” riprese Franco “uno cerca di fare un discorso epico e impegnato socialmente ed ecco che... va beh, è uguale dai, siete le persone che siete, d’altronde, comunque, in breve, questa notte ho organizzato questa birrata, per bere e bere fino a scoppiare, alla faccia di tutto quello che ci sta succedendo attorno, perché la testa mi fa male e lo stomaco pure, ma non riesco a non pensare e nemmeno a vomitare, quindi mi serve proprio scaiarmi fino a raggiungere entrambe le cose, quindi via, via con la prima birrozza, alla salute dell’Italia!”

Le lattine di birra, furono aperte, con un sonoro schiocco.
Aurelio si chinò verso la tipa mora, che gli sedeva affianco.
“In realtà, mia cara, lui sta solo usando paroloni e paroloni, ma sono scuse, in realtà quello che vuol fare è ben altro, lui vuole brindare alla salute delle grazie tue e della tua amichetta, te lo dico io, te lo dico...”
La ragazza gli sorrise e gli diede uno schiaffetto sulla faccia.
“Comunque, come ti chiami, carina?”
“Claudia”
Franco, all’altro lato del tavolo, cercava d’intrattenere un discorso con la ragazza castana.
“Allora Giorgia, quand’è che mi vieni a vedere suonare col gruppo, eh?”
“Ah, tu suoni? Ma dai, cosa suonate?”
Il primo giro di birre fu in fretta consumato, veloci le schiene si piegarono, rapide le mani aprirono altre lattine.
L’ora si era fatta tarda, continuavano a bere e a bere, cominciarono a parlare forte e a sghignazzare come pazzi.
Ad un tratto, si sentì una serie di colpi secchi, provenienti dal muro vicino a loro.
“Ehi, ma che è?” chiese Giorgia.
Franco sbuffò sonoramente.
“Ooooooh, nooo, ma che due, sono quei coglioni dei vicini, ma che due maroni, non ci posso credere, devono avere qualche problema di stizza, mi ricordo che un tempo, quando stavo con una tipa, l’avevo portata qua a far roba pesa e quegl’imbecilli avevano iniziato a bussare al muro, perché le molle del letto cigolavano, ma vi rendete conto? Eh? Per le molle del letto! La gente ha dei problemi seri in testa,

purtroppo, è sempre stato così, boia ed giuda! Non caghiamoli, prima o poi smettono, imbecilli!”
E così, senza badare a niente, ricominciarono a parlar forte e a ridere, il tutto innaffiato da un’altra buona dose di birra.

Aurelio aveva messo un braccio intorno al collo di Claudia, l’altro era passato sotto al suo maglioncino e con la mano le palpava una tetta. Limonavano appassionatamente.
Si staccavano per succhiare altra birra dalla lattina e poi tornavano a baciarsi.

Franco batteva i pugni sul tavolo e ululava, ridendo a crepapelle.
“Vai Aurì, spupazzatela tutta, AHUUUUUU, ahahhahahaha!!!”
BOM BOM BOM, un’altra serie di colpi al muro, da parte dei vicini, gli fece eco.
Partì, in risposta, un’altra serie di pugni al tavolo.
Giorgia, si piegava in due dal ridere e vaneggiava a vanvera.
“Ahhhahahah, il mio gatto ha preso il volo dalla finestra, la mia compagna di stanza si era veramente infuriata, hahahahah, gli aveva cagato sui pantaloni, ahahaha!” Franco smise di picchiare sul tavolo e iniziò ad accarezzare la coscia destra di Giorgia. “Oooooh, Giorgia, mia cara, mammamia, il tuo povero gatto, dalla finestra, quel povero gatto...mamma...mmmmh” cominciò a ripetere, mentre con la mano saliva e saliva sempre più su e dalla coscia, arrivò in fretta all’inguine e infilò la mano sotto ai calzoni della ragazza che, in fretta, passò dal ridere, al gemere.
Gli schiamazzi salirono di tono.
“A-ah, non si fa!” disse Aurelio rivolto a Franco e ridendo, sfilò il maglioncino di Claudia.
La ragazza portava un reggiseno di pizzo, colore rosso.
Giorgia, continuando a gemere, pensò bene di ripagare il favore a Franco e con la mano destra, cominciò a darsi da fare.
Le lattine si stavano accumulando, sul tavolo, tante lattine vuote, qualcuna era rotolata a terra.
Aurelio bevve un altro lungo sorso dalla lattina e poi, la capovolse sul seno di Claudia, che spalancò gl’occhi e lanciò un grido.
“ ‘desso te la bevo dalle tette, te la bevo, bevo il latte al gusto di birra delle tue tettone!” detto questo, il ragazzo tuffò il volto tra i seni bagnati.
Risate e gemiti, gemiti e risate e schiocchi di lattine che venivano aperte, rumore metallico di lattine gettate a terra.
BOM BOM BOM, i colpi al muro, ora si erano fatti molto violenti, pareva che i vicini si stessero spaccando la ossa delle mani, su quella parete.
“Adesso li metto a posto io, i rompi palle!” sbottò Franco, innervosito, alzandosi in piedi, con i pantaloni abbassati e il pennone al vento.
Prese una scopa dal ripostiglio e cominciò a battere furiosamente, col manico, sul muro.
SBADABOM SBADABOM SBADABOM BOM BOM!!!

“ALLORA, BRUTTI PEZZI DI MERDAAAA, AVETE ANCORA DA ROMPEREEEE??? EH??? BASTAAAAAA, VAFFANCULOOOOOO!!!!!!!! IO NELLA VITA VOGLIO FARE QUELLO CHE MI PAREEEEE!!!!!”
I ragazzi, alle sue spalle, avevano le lacrime agl’occhi, a forza di sghignazzi.

Franco si fermò, in attesa. Nulla, nessuna risposta, dalla casa a fianco.
“L’hanno capita, l’hanno!”.
Gettò la scopa a terra e tornò a sedersi, aprendo altre due lattine.
“Forza baby” disse rivolto a Giorgia “tieni, succhiatela tutta e torniamo ai nostri affari!”

“MMMMh, non mi va mica tanto sai, mi sento un po’ male, mi viene su tutto...” “Allora fatti questa e mandalo giù, quel tutto!”
“No tesoro, veramente, mi sento proprio male, mi gira tutta la stanza...ho una nausea...”
“Bevi e passa, dai, non vorrai mica lasciare tutto qua, no? Ce n’è ancora tanta di birra, bisogna scolarla tutta, vai vai!”
Franco premette la lattina sulle labbra della ragazza, la quale le tenne ben chiuse.
La birra le scese giù per il collo, infilandosi sotto alla maglia.
“ Eddai, così la sciupi, va bene che è birra da trenta centesimi, però, daiiii!!!” Controvoglia, Giorgia prese in mano la lattina e iniziò a berne il contenuto, con un espressione di disgusto sul volto, mentre Franco si accucciava ai suoi piedi, sotto al tavolo e le sfilava scarpe, calzini, pantaloni e infine mutandine.
La tipa rimase vestita della sola maglia.
Aurelio, intanto, aveva levato il reggiseno a Claudia e continuava a versarle birra sul seno e a succhiargliela via.
Non si udivano più colpi, dalla casa di fianco, forse i vicini l’avevano capita sul serio. Gli amici continuarono la loro birrata, in tutta tranquillità.
Giorgia alternava schifate smorfie date dalla birra, a lievi sospiri di piacere, dati dal lavoro di Franco, che alternava le furberie tra le sue gambe, ai lunghi baci alla lattina. Claudia, dopo essersi riempita lo stomaco per bene, con l’abbeveraggio, aprì la patta dei jeans di Aurelio e si chinò su ciò che ne uscì, a bocca aperta.
Ci si dava dentro tranquilli, quando all’improvviso e inaspettatamente, DRIIIIIIIIIINNNNN, il suono del campanello...
Franco, col cuore in gola, sobbalzò e sbattè forte la testa contro il tavolo.
Cacciò una bestemmia.
Giorgia gettò la lattina a terra, la birra si sparse sul pavimento e scattò in piedi. Ebbe un improvviso capogiro e per non svenire, si appoggiò sul tavolo.
“Noooo, la birraaaa!!!” gridò Franco, fissando la lattina che, a terra, continuava a spargere il liquido ambrato, sulle piastrelle.
Aurelio staccò Claudia, tirandola per i capelli e rinfoderò l’arma.
“Ahahaha, ma che succede, oh?” bofonchiò la ragazza, guardandosi attorno smarrita, con un sorriso ebete sul viso.

Il campanello strillò nuovamente.
Franco, a carponi, si portò alla finestra e alzando un poco la tenda, guardò fuori.
Una vettura della polizia era parcheggiata in strada, di fronte alla casa, due poliziotti stavano davanti al cancellino d’entrata.
Uno alto e uno leggermente più basso. Quest’ultimo, suonò nuovamente. “Meeeeeerda, la poliziaaaa!!!”
Aurelio si alzò in fretta.
“Franco, corri, dobbiamo nascondere le lattine di birra, forza!”
“Sotto al lavello, forza, sotto al lavello, in fretta!!!”
I due amici iniziarono a raccogliere le lattine di birra e a buttarle sotto al lavello. Claudia rideva da matti, mentre Giorgia si teneva lo stomaco e fissava la birra che aveva rovesciato, continuando a ripetere, “mi dispiace, mi dispiace...” .
“Cosa fate voi due ancora nude??? Forza, vestitevi, sceme!!!” urlò Aurelio, rivolto a loro.
Forti colpi alla porta, i poliziotti avevano scavalcato il cancellino.
“APRITE, POLIZIA, APRITE IMMEDIATAMENTE!!!”
Franco guardò l’amico.
“Prendile e portale di là, in camera!”
Aurelio non se lo fece ripetere, le prese per mano e le portò nella camera da letto. Le ragazze si lasciarono condurre, senza obiettare.
“POLIZIA, APRIT...”
La porta fu spalancata.
“Ehm...s-salve...” sussurrò Franco, rivolto agl’agenti.
“Perché ci hai messo tanto ad aprire, eh? Io lo so chi sei tu, i tuoi genitori sono di Faenza, vero?” chiese l’agente alto.
“Sì”
“Ci hanno chiamato i tuoi vicini e ci hanno detto che tu e alcuni amici facevate un po’ di rumore...”
“Beh...ecco, noi... un mio amico si è laureato, e quindi, abbiamo fatto una festicciola...”
L’altro agente stava muto, fissava Franco trucemente. Devono sempre mostrarsi grossi e cattivi, loro.
“E adesso, cosa dobbiamo fare, eh? Dobbiamo mettere giù tutto a verbale, eh? O il casino finisce qui e subito, eh?”
“No no, non è il caso, guardi, è tutto finito, a posto così, e tardi e i miei amici ora se ne vanno, ok?”
“Bene, ma che sia vero però, se no...”
“Sì, agente guardi, tutto a posto! Volete venire dentro, volete qualcosa, che ne so, da bere?”
L’agente più basso parlò per la prima volta.
“Un bicchiere d’acqua non mi darebbe fastidio!”

Franco li fece entrare, maledicendosi per la sua solita e inutile cortesia di circostanza. “Qui per terra, si è versata un po’ di birra, mi pare...” notò l’agente alto.
“Eh sì, abbiamo bevuto un bicchierino di birra e una mia amica l’ha rovesciata per sbaglio, avevo poggiato il suo bicchiere sull’orlo del tavolo e con il gomito l’ha urtato e...”

“Sono di là i suoi amici, adesso?”
“Sì, una mia amica è in bagno, penso abbia un po’ di diarrea, è tutta la sera che si lamentava del mal di pancia, l’altro mio amico, il laureato, è di là in camera con la sua morosa, che stasera hanno un po’ litigato e adesso si stanno parlando in privato, ma niente litigi rumorosi, giusto una piccola discussione sottovoce, eheeh!”
“Ah, io li conosco bene i tuoi di Faenza, sono brave persone!”
“Ah, sì, molto brave, grazie!”
In quell’esatto momento, dall’altra stanza uscì Claudia, con Aurelio che le correva dietro.
Franco lanciò a quest’ultimo uno sguardo diperato, l’amico alzò le spalle e aggrottò la fronte.
La ragazza era ancora a seno nudo.
“Oh, che bello, salve agenti!!!” cominciò a ridere e si levò i calzoni e le mutande, di fronte ai poliziotti, lanciandoglieli poi, contro.
Gli agenti fecero un balzo indietro, sorpresi.
“M-ma, ma cosa???” esclamò quello più basso.
Claudia gli si gettò contro, con le mani alzate.
“BRUTTI FIGLI DI PUTTANA, POLIZIA DI MERDA, ROMPICAZZO, ANDATE A FOTTERVI A VICENDA!!!”
Aurelio riuscì a prenderla e la strinse tra le braccia, cercando di calmarla.
“FACCE DA CULO, ANDATE A ROMPERE AD ALTRIIIII, NOI VOGLIAMO FARE CASINOOO, CASINOOOO, CA-SI-NOOOOOOOOOO!!!!”
Claudia si liberò e saltò addosso all’agente basso, iniziando a tempestarlo di pugni sul capo.
L’altro poliziotto l’agguantò per i polsi, glieli torse dietro la schiena e la piegò sul tavolo, faccia contro.
La ragazza continuava a sbraitare, a inveire e dimenarsi, ma la presa dell’uomo era salda.
“BASTA, FUORI TUTTI, ADESSO VENITE CON NOI, VIA, CONTRO IL MURO, TUTTI!!!” Gli amici obbedirono.
“Forza, ce n’è anche un altro no, un’altra ragazza, no? Adesso vi portiamo in centrale e poi chiamiamo i vostri genitori! Seguite il mio collega in auto!”
Giorgia saltò fuori, caracollando e tenendosi lo stomaco e piangendo come una fontana. Si era rimessa i pantaloni.
“Mi dispiace, mi dispiace...” continuava a ripetere, tra le lacrime.
L’agente più basso le si avvicinò.

“Ma che hai tu? Ti senti male?”
La ragazza frignava e frignava e si massaggiava la pancia.
“Ehi, ti senti male, cos’hai?”
Per tutta risposta, Giorgia spalancò la bocca e gli vomitò in faccia.

Gianluigi Valgimigli

lunedì 25 novembre 2024

BIOGRAFIA e PUBBLICAZIONI di Gianluigi Valgimigli

In questo post, potrete trovare informazioni sulla mia biografia, sulle opere da me pubblicate a partire dal 2009 a oggi e sui riconoscimenti che ho ottenuto grazie ad esse:

 

BIOGRAFIA 

Gianluigi Valgimigli nasce a Faenza (Emilia-Romagna, provincia di Ravenna) il 25 settembre 1990. 

Laureato magistrale in Ingegneria Informatica con una tesi triennale sulla  Storia delle Home Console da videogioco di prima generazione e una magistrale sulla creazione di un videogioco originale per una console anni '70, lavora nel settore della progettazione software. 

Le sue più grandi passioni sono la musica, il cinema, la letteratura, i fumetti e i videogiochi d’epoca; nel tempo libero suona vari strumenti musicali, disegna fumetti propri, compone canzoni e recita saltuariamente in spettacoli teatrali amatoriali. 

Pubblica il suo primo libro, la raccolta di liriche “Lacrime di sangue dal mio piccolo mondo”, presso Edit Faenza, nel 2009. 

“Aspettando il cielo” è il suo primo romanzo, edito da “Gingko Edizioni” (2014). 

Per “Claudio Nanni Editore” ha pubblicato “Notturno andante – ovvero Blues dei letti disfatti” (2013) e il racconto “Gli esperti enologi” in “Ravenna Ridens” (2013); due racconti, “Amarcord Blues” e “L’avventura a luci rosse in quel di Borgo Tuliero, in “Ravenna Amarcord” (2014); altri due racconti, “Stasera il dramma degli Oakies mi molesta il gingillo” e “Pattaya Blues” in “Ravenna in Viaggio” (2015). 

Nel 2015 e nel 2016, illustra due libri del forlivese Mirko Chisci: rispettivamente, “Un uomo rovinato dalla musica Heavy-Metal” (Claudio Nanni Editore), e la riedizione di “Spaccacuori – Matti in libertà” (Risguardi Edizioni). 

Nel 2016 esce “Sotterraneo al chiaro di luna” (Claudio Nanni Editore), suo secondo romanzo, pubblica il racconto “Teorie e cospirazioni aliene nelle canzoni di Enzo Jannacci” (“Ravenna Galattica” – Claudio Nanni Editore), tre poesie (“Casanova Blues”“Dialogo di un’amante di Casanova” e “Autoradio Blues”) nell’“Antologia del Pettirosso” edita dall’Associazione Pettirosso Editore e illustra la raccolta di racconti “Vibraphone Sounds” di Luca Comanducci, per la quale scrive anche la prefazione e disegna la copertina. 

Nel 2017, pubblica dieci racconti nella raccolta “Centologia”, appare come comparsa nel videoclip ufficiale de “Il Pescatore” di Fabrizio De André, illustra il libro “Monete” di Paolo Zacchi e scrive, in collaborazione con Daniele Gualtieri, un racconto per il secondo libro di quest’ultimo; pubblica tre poesie nella nuova edizione dell’Antologia del Pettirosso e il racconto “Pontesanto” nella raccolta di racconti “Ravenna Vintage” (Claudio Nanni Editore). 

Nel 2018, fa la comparsa nel videoclip ufficiale della canzone “Mastro Geppetto” di Edoardo Bennato; cura e illustra il libro “Siamo tutti Fantozzi” di Mirko Chisci (Claudio Nanni Editore) e pubblica, in ebook su Amazon, l’edizione integrale di “Sotterraneo al chiaro di luna”; inoltre, cura, assieme allo scrittore Luca Comanducci, l’intervista a Giorgio Bagattoni per il libro su Salvatore Bagattoni, martire del nazismo e apre il suo primo blog ufficiale (L’angolo di Valgio).

Nel 2019 ottiene il primo premio dall’Associazione Culturale Unicamilano di Milano per il racconto Pontesanto e pubblica, per Claudio Nanni Editore, il racconto Per mio figlio in “Ravenna in Amore” e il racconto Pontesanto 1908, mentre nel 2020 esce il nuovo libro da lui illustrato: Lascia l’ascia e accetta l’accetta di Mirko Chisci (Claudio Nanni Editore); l’anno seguente illustra il nuovo libro di Mirko Chisci, Il cavalier servente, e pubblica per Claudio Nanni Editore il racconto La strada che porta al mare (nella raccolta Ravenna al mare). 

Nel 2010 co-fonda la band musicale I Tombini Aperti, di cui è autore dei brani, chitarrista e cantante, mentre nel 2018 la band Mescalina Bros, della quale è stato chitarrista e cantante fino al 2021 e per la quale ha composto alcuni brani originali e ha rivisitato in chiave surf-rock il valzer Dolore di Secondo Casadei; questa versione rivisitata ha ottenuto il primo premio a un concorso per la promozione del patrimonio culturale romagnolo e ha ricevuto i complimenti della famiglia Casadei. 

Nel 2023 crea il suo primo videogioco, FIGO BEO per Atari 2600, pubblicato a dicembre di quell’anno da Brain Fusion Videogames, il quale diventa la sua prima opera venduta all’estero, principalmente negli Stati Uniti e in Germania.

Nel 2024 esce il suo ultimo libro illustrato, Tutti mi vogliono uccidere di Mirko Chisci. 

 

PUBBLICAZIONI

Lista aggiornata di tutte le PUBBLICAZIONI di Gianluigi Valgimigli: 

2024 - Tutti mi vogliono uccidere (illustrazioni)
2023 - FIGO BEO (videogioco)
2022 - Il cavalier servente (illustrazioni)
2021 - La strada che porta al mare (racconto)
2020 - Lascia l'ascia e accetta l'accetta (illustrazioni)
2019 - Pontesanto 1908 (racconto)
2019 - Per mio figlio (racconto)
2018 - Sotterraneo al chiaro di luna "Versione integrale" (romanzo)
2018 - Siamo tutti Fantozzi (illustrazioni)
2017 - Pontesanto (racconto)
2017 - Centologia (dieci racconti)
2017 - Monete (illustrazioni)
2017 - Antologia del Pettirosso 2017 (tre poesie)
2016 - Sotterraneo al chiaro di luna (romanzo)
2016 - Teorie e cospirazioni aliene nelle canzoni di Enzo Jannacci (racconto)
2016 - Vibraphone Sounds (illustrazioni)
2016 - Spaccacuori (illustrazioni)
2016 - Antologia del Pettirosso 2016 (tre poesie)
2015 - Pattaya Blues (racconto)
2015 - Stasera il dramma degli okies mi molesta il gingillo (racconto)
2015 - La chanson d'un pora burdèl (racconto)
2015 - Un uomo rovinato dalla musica heavy metal (illustrazioni)
2014 - Aspettando il cielo (romanzo)
2014 - Amarcord Blues (racconto)
2014 - L'avventura a luci rosse in quel di Borgo Tuliero (racconto)
2013 - Nottuno Andante ovvero Blues dei letti disfatti (raccolta di poesie)
2013 - Gli esperti enologi (racconto)
2012 - La birrata (racconto)
2009 - Lacrime di sangue dal mio piccolo mondo (raccolta di poesie)

 

RICONOSCIMENTI

2019) PRIMO PREMIO per il racconto Pontesanto, da parte dell’Associazione Culturale Unicamilano di Milano

2017) MENZIONE D’ONORE per il romanzo Sotterraneo al chiaro di luna, da parte dell’Associazione Culturale Unicamilano di Milano

 

mercoledì 30 maggio 2018

GOFFREDO "FRED" MARIANI: chi era costui? Intervista a Sebastian Mariani, nipote della voce originale di "Romagna mia"


Goffredo, detto “Fred”, Mariani, è stato il primo a cantare “Romagna mia” su disco, nel 1954, ma, nonostante la canzone sia considerata una delle più famose e conosciute ballate folk in lingua italiana di sempre, nulla si sa, se non il nome, di questa fantomatica prima voce; nell’articolo che segue, avrete modo di leggere un’interessante intervista a Sebastian Mariani, nipote di Goffredo, unico parente ancora in vita a portare il suo cognome. Questa è la prima volta in assoluto che qualcuno dedica un articolo allo sconosciuto Fred, perciò leggetelo con attenzione! L’intervista si è svolta sabato 26 maggio 2018, alle ore 21, a casa di Sebastian e Nadia, sua madre, che ringrazio immensamente per aver fatto da supporto al figlio, aiutandolo a ricordare.

Cosa provi nel sapere che tuo nonno è la voce originale di “Romagna mia”?
Mi sento fiero del fatto che mio nonno abbia prestato la sua voce, contribuendo in questo modo alla registrazione del brano: è una cosa che ti fa sentire orgoglioso! Diciamo poi che, il sentire la sua voce nella canzone, mi dà l’impressione di sapere qualcosa in più su di lui, mi fa sentire vicino a lui.

Hai qualche ricordo di tuo nonno, qualche interessante aneddoto da raccontare, l’hai mai conosciuto?
No, non l’ho mai conosciuto, mai visto di persona, solo in foto; dovrebbe essere morto nel 1986 o nel 1987 per un tumore, ed è sepolto a Meldola, nella tomba di famiglia. Vedi, la questione è delicata, ci sono stati tanti litigi di mezzo… è un discorso privato in famiglia, mio babbo non ne ha mai parlato molto, non ha mai voluto dire troppo. Quel poco che so riguardo a lui, è quello che mio babbo ha raccontato a mia mamma, o quello che hanno detto anche i miei zii.

Sono cose che si possono dire, o devono rimanere private?
Mah… era un gran giocatore d’azzardo, si è giocato tutti i soldi. Ha avuto in tutto tre figli: Mauro, mio padre, e, con un’altra donna, due figli, Maurizio e Andrea; in generale, posso dirti che non è mai stato un gran padre… Forse sarà anche stato un bravo cantante, ma come padre era decisamente poco presente: oggi non viene ricordato con grande affetto e i due figli rimasti (mio babbo è venuto a mancare anni fa), hanno il cognome della madre, Gina, non il suo. Diciamo che, con questo problema del gioco d’azzardo, si era indebitato un po’ troppo… Ricordo inoltre che aveva un fratello, era un prete, ed esercitava a Ricò, dopo Meldola.

So che tempo fa, per il cinquantesimo di “Romagna mia”, andasti a ritirare un riconoscimento dalla famiglia Casadei a tuo nonno: vuoi parlarmene dettagliatamente?
Beh, la famiglia Casadei ha deciso di darmi una targa. Tutto è partito da Arte Tamburini – morta nel dicembre 2017; nella registrazione originale di Romagna mia era la seconda voce [N.d.R.] –, la quale ha fatto una ricerca aiutata dal sindaco di Forlì, suo amico, e, probabilmente, tramite l’ufficio anagrafe hanno rintracciato l’unico figlio che portasse il cognome Mariani; a questo punto, hanno contattato me e mia madre, e noi abbiamo risposto che ormai mio padre se ne era andato per un tumore, però le abbiamo anche detto che Goffredo aveva altri due figli, e a quel punto lei ha risposto: “Va bene, se li volete invitare, fatelo pure”, ma poi, solo Andrea, il quale voleva ritirare la targa con me, ha accettato l’invito, anche se, durante la premiazione, non era presente sul palco, perché arrivò in ritardo. Quindi ero da solo lassù, con gli occhi di tutti puntati addosso; anch’io potevo scegliere se presentarmi o meno, ma ho deciso di accettare e la cosa mi ha fatto molto piacere. È stato nel 2004, avevo 13 anni. Non è stato male stare sopra a un palco, sotto i riflettori; forse è anche un po’ imbarazzante, ma non è male, è una cosa unica, mi sono sentito euforico… un po’ anche timido, a dirla tutta, perché sai, davanti a tante persone, ripreso dalle telecamere… C’era abbastanza gente e mi hanno pure messo in tv, sul canale 9, dopo una settimana: ricordo che all’epoca registrai l’intera trasmissione su VHS. La manifestazione, in tutto, è durata 2/3 ore, hanno chiamato tutti quelli che hanno lavorato con Secondo Casadei e hanno fatto anche molta musica.

Hai mai ascoltato la versione originale di “Romagna mia”, quella del ‘54? Se sì, cosa ne pensi dell’interpretazione di tuo nonno?
Certo, possiedo un cd in cui è presente, regalatomi l’anno scorso da Riccarda Casadei, la figlia di Secondo. Per me ha cantato bene, è stata una bella interpretazione passionale, in linea con i tempi, sincera e spontanea. Quando hanno fatto l’incisione, mio padre, all’epoca bambino, era presente, e disse che si tenne in una chiesa sconsacrata.

Qual è la versione di “Romagna mia” che preferisci? L’originale del nonno o le successive?
Allora, comincio dicendo che questo è un genere di musica che ascolto di rado, quindi forse non possiedo le giuste conoscenze per valutare le varie versioni; diciamo che, quando ascolto quella di mio nonno, mi viene più nostalgia, perché c’è di mezzo l’interpretazione di un mio parente stretto, quindi, emotivamente parlando, la prima è quella che mi trasmette di più, che preferisco. È cantata con molto trasporto.

Tuo nonno è stato il primo a cantare la canzone romagnola più famosa di sempre, l’inno nel mondo della nostra terra, ma, paradossalmente, è pressoché sconosciuto: hai intenzione di fare qualcosa per farlo conoscere di più, ricordare in futuro?
Lo vorrei molto, mi piacerebbe, ma non credo di poter fare troppo. Sapendo che sono così tanti ad ascoltare queste musiche, che si appassionano e vorrebbero studiare meglio il mondo della musica romagnola, avrei il desiderio di poter fornire qualche informazione aggiuntiva, ma purtroppo, più di ciò che ho detto, non so… Mi viene una gran rabbia se penso che tutti conoscono “Romagna mia”, tutti la cantano, ma nessuno sa che è stato mio nonno a interpretarla su disco per la prima volta; anzi, nessuno sa chi fosse mio nonno e l’importanza che ha avuto per la musica romagnola. Mi dà un senso d’insoddisfazione… Cavoli, una canzone così famosa, e non c’è in giro nessuna informazione, manco un cenno biografico, un po’ di background, sul suo primo interprete! Si conosce solo il nome e basta. Le incisioni con la sua voce, sono più di una, non ha cantato solo “Romagna mia” per Casadei; in più, all’epoca, mise anche su un complessino, di cui però non so il nome… non so nemmeno se abbiano mai registrato qualcosa, tutto ormai è andato perduto… Un vero peccato! Poi, bisogna anche dire che è stato un caso, o il destino, che fosse proprio mio nonno a cantare “Romagna mia”, perché venne chiamato all’ultimo per sostituire il cantante dell’orchestra, che si era ammalato.

Bene, Sebastian, direi che è tutto: ti ringrazio immensamente per il tempo concessomi!
E io ringrazio molto te, per essere interessato a parlare pubblicamente su internet, per la prima volta, di mio nonno; spero proprio che articoli come il tuo, riaccendano l’interesse nei confronti della cosa.


Sebastian Mariani con alcune foto di nonno Goffredo

Goffredo "Fred" Mariani