lunedì 21 maggio 2018

LE LEGGENDE DEL BLUES – Son House: il predicatore combattuto tra cristo e la figa

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Uno dei più grandi e importanti esponenti del Delta Blues, Eddie James House, il “Predicatore del blues”, fu padre di una tecnica di chitarra influente e innovativa, derivata da quella di Patton (che fu il suo più grande maestro). Brani storici come “Preachin’ The Blues” (lungo ed epico blues di sei minuti, diviso poi in due parti su disco) o “Walking Blues”, entrambi registrati nella prima seduta del 1930, divennero importanti capisaldi, reinterpretati da artisti come Robert Johnson o Muddy Waters. Nacque a Riverton, nel Mississippi, il 21 marzo del 1902, e nel 1915 si diede alla Chiesa battista, cominciando l’attività di predicatore, cosa che gli causò molti problemi di coscienza: amava il signore e la chiesa, ma amava anche le donne, il vino e, soprattutto, suonare il blues, la musica dannata, la musica del diavolo, e questo generava in lui un profondo sconforto interiore, avvertibile nelle sue composizioni. Tra il 1928 e il 1929, venne rinchiuso nel carcere di Parchman Farm (Mississippi), per l’uccisione di un uomo in un juke joint (in realtà, fu autodifesa: l’uomo sparava a destra e a manca, e ferì House ad una gamba). Tra il 1941 e il 1942, registrò vari brani per l’etnomusicologo e antropologo Alan Lomax (che in quegli anni girava il sud degli Stati Uniti per raccogliere le registrazioni degli abitanti di quelle zone, soprattutto afroamericani, da preservare, poi, nella Biblioteca del Congresso), poi abbandonò la musica, trasferendosi a New York e lavorando come operaio; venne riscoperto nel 1964, in pieno periodo blues revival, e tornò a registrare, continuando a dedicarsi alla musica fino al 1974 quando, ormai malato, si ritirò definitivamente. Morì il 19 ottobre 1988, a Detroit, per un tumore alla laringe. Una delle più grandi personalità del blues, dotato di magnifico stile interpretativo, e autore di brani capolavoro.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Skip James: un lamento di alto livello

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Skip James fu un bravissimo e sfortunatissimo bluesman, che ottenne però riscatto negli ultimi anni della sua vita. Nato come Nehemiah Curtis James il 9 giugno 1902 a Bentonia (nel Mississippi), fu uno dei grandi (e purtroppo poco ricordati) esponenti del Delta Blues. Bravissimo chitarrista (suonava con una raffinatissima tecnica fingerpicking), cantante eccezionale (da far venire i brividi!), fu anche un pianista. Nel 1931 registrò su disco, per conto della Paramount Records, alcuni dei brani più belli e intensi del primo blues: capolavori assoluti come “Devil Got My Woman” (biografica, racconta di un amico che gli ha rubato la donna), avrebbero avuto le carte in regola per sfondare, se non fosse stato per il fallimento dell’etichetta (la Paramount smise di registrare l’anno dopo, e chiuse i battenti nel 1935) e, quindi, la conseguente scarsa diffusione e reperibilità dei suoi dischi. Persona profondamente sensibile (traspare palesemente dalle sue composizioni), rimase talmente amareggiato della cosa, che si rifugiò nella religione, e divenne il direttore del coro nella chiesa del padre (un predicatore). Per i successivi trent’anni non registrò più nulla e cadde nel dimenticatoio, per venire poi riscoperto negli anni ‘60 (grazie al grande chitarrista John Fahey, a Bill Barth e Henry Vestine che, grandi appassionati di blues, si misero sulle sue tracce), diventando una celebrità della scena blues revival. Nel 1964, apparve al Newport Folk Festival, ottenendo un grande successo, e dimostrando di essere ancora in grado di regalare agli ascoltatori la stessa intensità emotiva di trent’anni prima. Purtroppo, la morte lo colse pochi anni dopo: nel 1969, questo grande poeta del blues, morì di cancro a Philadelphia (Pennsylvania).

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Robert Johnson: intensi anni di studio offuscati da una stupida leggenda

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Robert Leroy Johnson (nato a Hazlehurst, nel Mississippi, l’8 maggio 1911, e morto a Greenwood, nel Mississippi, il 16 agosto 1938) è, insieme a Muddy Waters, il bluesman della vecchia guardia più ricordato e celebrato. Esponente del Delta Blues, profondamente influenzato da Charley Patton, Willie Brown e Son House, fu uno dei bluesman che influenzò maggiormente il rock-blues. Registrò in tutto 29 canzoni (la trentesima non esiste: è solo una leggenda, la sua vita ne è piena…), molte delle quali consegnate alla storia della musica del ‘900, in quanto tra i vertici della produzione del blues pre-guerra: “Hellhound On My Trail”, “Me And The Devil Blues”, “Terraplane Blues”, “Cross Road Blues”, “Travelling Riverside Blues”, ecc…, sono opere d’arte che hanno lasciato un segno indelebile, e hanno scritto importanti pagine della storia del blues, prima, e del rock, poi, presentando un innovativo stile chitarristico (che univa differenti correnti di blues) e vocale, che avrebbe avuto grande influenza su molti musicisti successivi. I testi delle sue composizioni, sebbene spesso pieni di frasi o espressioni rubate ad altri bluesman (ma non bisogna fargli una colpa per questo: era tipico all’epoca, e non solo nel blues), sono autentiche poesie dai toni molto spesso cupi e oscuri, che hanno contribuito ad alimentare le tenebrose leggende circolanti sul suo conto, creando un vero e proprio mito maledetto. Johnson morì a 27 anni in circostanze mai realmente chiarite (l’argomento è approfondito nella nota sottostante{1}), e fu il capostipite dell’ormai troppo chiacchierato (ha rotto il cazzoooo!!!) “Club 27”; si racconta che fu il Diavolo a venirselo a prendere (secondo l’ormai irritante leggenda, il musicista gli vendette l’anima a un crocevia a mezzanotte, per diventare il più grande chitarrista dell’epoca). Una cosa, però, bisogna dirla: la figura di Johnson, oggi, è forse fin troppo mitizzata e omaggiata, e questo è un male: in un genere, l’eccessiva mitizzazione di un artista rispetto ad altri, porta molto spesso a una totale ignoranza sulla conoscenza del genere stesso; purtroppo, la storia della musica è piena di casi simili (vedi nel rock, ad esempio… c’è da mettersi le mani nei capelli…).


NOTE:

{1} Sulla morte di Johnson non si hanno certezze precise (sul certificato di morte non è riportata alcuna causa concreta, e l’ipotesi dell’avvelenamento da parte del gestore di un locale cornuto, la cui moglie veniva sbattuta da Johnson, rimane la più accreditata) e secondo la leggenda – ma solo di leggenda si tratta – nel momento della morte si mise a quattro zampe e ululò come un cane; ovviamente è un falso mito, e il nostro Robert morì probabilmente nel letto di un amico (si era trascinato a casa sua, in preda al delirio, dopo aver bevuto dalla bottiglia che il gestore aveva per lui avvelenato), dopo 2 o 3 giorni d’agonia.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO COUNTRY – Riley Puckett: il padre dello yodel country

Quando nel 1924, il chitarrista e banjoista Riley Puckett, incise il classico “Rock All Our Babies To Sleep{1}, non avrebbe mai immaginato che quella canzone sarebbe entrata di diritto nella storia del country; infatti, secondo gli storici, quel brano lo rese molto probabilmente il primo musicista a registrare su disco lo yodel country che, nel tempo, sarebbe diventato uno dei marchi di fabbrica del country classico, utilizzato da musicisti di grandissima importanza come Jimmie Rodgers (che lo rivoluzionò, creando il “blue yodel”), Maybelle e Sara Carter, Patsy Montana, Roy Rogersecc… In pratica, grazie a quella registrazione, Puckett bruciò qualche tappa in più sulla strada che, dal vecchio country rurale, avrebbe in seguito portato alla nascita del country moderno: questo fece di lui un importante pioniere. Tra gli altri classici del suo repertorio, si possono annoverare “Sleep, Baby, Sleep” (1924){2}, ripresa poi da Jimmie Rodgers nel 1927 (lato B di “The Soldier’s Sweetheart”, il primo disco), la malinconica ode ai crauti “Sauerkraut” (1926), una cover con banjo del classico di Stephen Foster “Oh! Susanna” (1924), la prima vera versione incisa di “Red River Valley” (insieme al tenore Hugh Cross; 1927), “The Old Spinning Wheel” (con Ted Hawkins al mandolino; 1934), la storica “Chain Gang Blues” del 1934, che dimostrava le sue influenze blues (Blind Lemon Jefferson su tutti), la commovente e intensa cover di “Red Wing” (1927) e, ovviamente, “Ragged but Right” (1934), tra i suoi brani più celebri. Nato il 7 maggio 1894 a Dallas (capoluogo della contea di Paulding County), in Georgia, divenne cieco durante l’infanzia per colpa di un incidente medico; in seguito, studiò nella scuola per ciechi a Macon (Georgia), dove imparò a leggere il braille e iniziò a dedicarsi alla musica, imparando prima a suonare il banjo, e successivamente la chitarra. Esordì in radio, alla WSB di Atlanta, nel 1922, con la Clayton McMichen’s Hometown Band (band formata nel 1918 dal violinista folk Clayton McMichen) e successivamente si unì a Gid Tanner, il quale, nel 1926, lo volle nei suoi Skillet Lickers{3}. Grande strumentista, Puckett figura tra i più grandi chitarristi degli anni ’20 e ’30, e la Grande Depressione non ebbe conseguenze negative sulla sua carriera. Morì il 13 luglio del ’46, a East Point (Georgia), per avvelenamento del sangue; una grossa bolla spuntata sul suo collo, non fu adeguatamente curata.  


NOTE:

{1} Registrata durante le sue prime sessioni alla Columbia Records (New York) tra il 7 e l’8 marzo 1924 (per l’esattezza, l’8 marzo) con Gid Tanner al violino (si era presentato in studio nelle vesti di suo accompagnatore: questo li rese i primi musicisti country a registrare per la Columbia); sul lato B del disco c’era una cover del successo di Fiddlin’ John Carson dell’anno precedente, ovvero “The Little Old Log Cabin In The Lane”.

{2} Di seguito, per ogni brano, indicherò l’anno della prima incisione.

{3} Gruppo storico della vecchia musica country, i Lickers si formarono per volere di Gid Tanner nel 1926; la prima formazione era costituita da TannerPuckettClayton McMichen e Fate Norris (in seguito, si sarebbero aggiunti anche Lowe Stokes e Bert Layne). Effettuarono 88 incisioni (ma ne vennero pubblicate solo 83) per la Columbia, tra il 1926 e il 1931.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Peetie Wheatstraw: blues tra puttane e malfattori

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Wheatstraw, fu uno dei bluesman preferiti di Robert Johnson, e una delle sue maggiori influenze: quest’ultimo, infatti, attinse a piene mani dal suo repertorio, e utilizzò alcune sue canzoni come basi per le proprie (cosa che fece anche con altri bluesman, come Kokomo Arnold, Lonnie Johnson, Son House o Skip James, ma con Wheatstraw forse più che con ogni altro). Nato come William Bunch il 21 dicembre 1902 a Ripley, nel Tennessee, divenne celebre per la sua figura oscura e misteriosa, maledetta, maligna e demoniaca: era solito, infatti, proclamarsi “Alto sceriffo del Diavolo” o “Genero del Diavolo” (altra cosa che ispirò Johnson). Il suo atteggiamento sfrontato e volgare ha anticipato la figura del cantante rap, e la sua figura ha colpito l’immaginario dello scrittore Ralph Waldo Ellison, che lo cita nel romanzo “Uomo invisibile”. Musicista di grande influenza negli anni ‘30, fu, insieme al grande Leroy Carr, uno dei primi cantanti blues ad accompagnarsi con il piano (che utilizzò per la maggior parte delle sue registrazioni, alcune delle quali eseguite assieme a Kokomo Arnold, importante bluesman dell’epoca), influenzando Champion Jack Dupree (mitico autore della storica “Junker’s Blues” del 1940, poi ripresa da Fats Domino per la sua “The Fat Man”, 1949, una delle prime canzoni rock and roll) e Jerry Lee Lewis (uno dei massimi artisti rock and roll di sempre). Tenne l’ultima seduta di registrazione il 25 novembre 1941, e morì il 21 dicembre (il giorno del suo compleanno!) dello stesso anno a St.Louis, nel Missouri; la causa della morte fu un incidente stradale: si trovava seduto sul sedile posteriore di una Buick, mentre questa colpiva in pieno un treno merci; le due persone che erano con lui, sedute davanti, morirono all’istante, mentre lui morì in ospedale. Lasciò un repertorio di intense canzoni blues, dai testi crudi e visionari, narranti storie di puttane, ubriaconi, giocatori d’azzardo, assassini e malviventi di ogni sorta.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO BLUES – Muddy Waters: la pietra rotolante che travolse Chicago

Il materiale che leggerete di seguito, è stato originariamente pubblicato come appendice al romanzo “Sotterraneo al chiaro di luna” di Gianluigi Valgimigli (Claudio Nanni Editore; luglio 2016).

Uno dei più grandi e famosi bluesman di tutti i tempi, Muddy Waters figura tra i musicisti più influenti del ventesimo secolo; esponente del Delta Blues, profondamente influenzato dai grandi maestri di quella corrente (soprattutto Son House e Robert Johnson), finì per diventare l’ufficiale iniziatore del Chicago Blues. Effettuò le prime registrazioni grazie ad Alan Lomax, nel 1941 e nel 1942 (“Country Blues” / “I Be’s Troubled”, 1941, fu il disco che finì nella Biblioteca del Congresso), e nel 1943 si trasferì a Chicago, dove, dopo qualche anno, incise il primo singolo per l’Aristocrat Records (“Gypsy Woman” / “Little Anna Mae”, 1947) che successivamente, sotto la direzione di Leonard Chess, divenne la Chess Records, etichetta di cui Waters fu l’artista di punta, fino all’arrivo del terremoto Chuck Berry (che ebbe il primo contratto anche grazie a lui, e cambiò la musica per sempre...). Storica la collaborazione con Little Walter, che portò alla creazione di un sound leggendario, e quella con Willie Dixon, che portò alla nascita di alcune delle più famose canzoni blues di tutti i tempi. Nato il 4 aprile 1913 a Issaquena County (Mississippi), morì a Westmont (Illinois) il 30 aprile 1983, per un’insufficienza cardiaca che lo colse durante il sonno. Va ricordato il tour in Inghilterra del 1958, che sconvolse la nazione grazie a un potente sound elettrico, e aprì le porte al blues-rock inglese.

LE LEGGENDE DEL VECCHIO COUNTRY – Gid Tanner: il violino che amava le sfide

Insieme a Fiddlin’ John Carson, suo rivale in vita, Gid Tanner è stato il violinista più importante e influente del primo country. Membro dei celebri Skillet Lickers (da lui formati nel 1926), esordì discograficamente il 7 marzo del 1924 come spalla del chitarrista Riley Puckett, registrando a New York le prime canzoni hillbilly prodotte dalla Columbia. Nato il 6 giugno del 1885 vicino a Monroe, capoluogo della contea di Walton, in Georgia, crebbe in una fattoria e imparò a suonare il violino all’età di 14 anni; cominciò ad apparire in pubblico sfidando altri violinisti in varie gare paesane (in questo periodo ebbe inizio la rivalità con Carson), dove si distinse grazie a una grande abilità e alla conoscenza di un vastissimo numero di brani. Concluse la sua carriera discografica nel 1934, rimanendo però in attività fino all’anno della sua morte, avvenuta il 13 maggio 1960 a Dacula, in Georgia; tre settimane dopo, avrebbe compiuto settantacinque anni. Suo figlio Gordon, violinista anch’esso, ne raccolse l’eredità, tramandandola alle generazioni future.

Tanner e gli Skillet Lickers: L’esordio di Tanner con i Lickers, la cui prima formazione comprendeva, oltre a lui e a Puckett, il violinista Clayton McMichen (nato ad Allatoona, in Georgia; virtuoso del proprio strumento, ottenne celebrità vincendo vari concorsi) e il banjoista Fate Norris (proveniente da Resaca, in Georgia; in molte registrazioni risulta pressoché impercettibile), avvenne con il brano “Hand Me Down My Walking Cane” (1926). I Lickers divennero in fretta la string band più popolare, influente e di maggior successo del periodo: sfornavano hit, avevano personalità, erano musicisti dotati e facevano presa sul pubblico grazie anche a una serie di registrazioni umoristiche, in cui la musica si interrompeva per favorire spassosi dialoghi ebbri e deliranti. Questa grande fama sarebbe durata fino al 1931, anno dello scioglimento; quando si riformarono – nel 1934, per volere di Tanner e Puckett e con una line-up differente –, non riuscirono più a raggiungere i fasti di un tempo, nonostante qualche registrazione di discreto successo.